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Con Mojtaba Khamenei e l’IRGC, simbolicamente (e non solo) al centro, Teheran è diventata più radicale e meno negoziabile. La strategia USA-Israele fallisce: invece del cambio di regime è nato un sistema più duro.
Iran, il cambio di regime che ha prodotto il contrario
C’è una regola non scritta della politica internazionale: quando credi di poter riscrivere gli equilibri altrui con qualche bombardamento ben calibrato, stai probabilmente per ottenere l’effetto opposto. È esattamente ciò che è accaduto in Iran. L’operazione sostenuta da Donald Trump e da Benjamin Netanyahu aveva un obiettivo dichiarato: indebolire il regime, favorire una transizione, magari aprire uno spazio per interlocutori più “gestibili”. Risultato: Teheran è oggi più rigida, più ideologizzata e meno disponibile al compromesso.
Il punto di rottura è stato l’assassinio mirato della Guida Suprema Ali Khamenei. Un atto presentato come chirurgico, ma che si è rivelato strategicamente disastroso. Non si è trattato solo dell’eliminazione di un leader politico, bensì di una figura che per milioni di sciiti rappresentava un riferimento religioso. In un sistema dove il potere è anche sacralità, colpire il vertice significa trasformare una crisi politica in una mobilitazione identitaria.
Il risultato è stato immediato: la linea dello scontro ha smesso di essere negoziabile ed è diventata esistenziale.
La vittoria degli intransigenti
A emergere da questo passaggio non è sttao un Iran indebolito, ma un Iran riorganizzato attorno alle sue componenti più dure. L’ascesa di Mojtaba Khamenei – al momento più simbolica cvhe altro – segna una continuità che è, al tempo stesso, un salto in avanti. Più ideologia, meno mediazione. Più sicurezza, meno politica.
Parallelamente, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha consolidato il proprio ruolo. Non più solo braccio armato del regime, ma centro di gravità del potere. Le nuove élite, cresciute tra Iraq, Siria e altri teatri regionali, interpretano la realtà in termini binari: sopravvivenza o sconfitta. In questo schema, il compromesso non è una soluzione, ma una debolezza.
Paradossalmente, proprio le operazioni militari occidentali hanno fornito agli intransigenti l’argomento perfetto per marginalizzare le correnti più pragmatiche. Chiunque proponesse un dialogo con gli Stati Uniti è stato rapidamente delegittimato: come negoziare con chi ti bombarda?
Le analisi ignorate
Eppure, questo esito non era imprevedibile. Diversi centri di analisi, tra cui Stratfor, avevano delineato scenari molto simili già nelle fasi iniziali. L’idea che bombardamenti e pressione esterna potessero favorire un cambio di regime era considerata, nel migliore dei casi, ottimistica. Nel peggiore, ingenua.
Anche all’interno dell’apparato americano non mancavano avvertimenti. Tulsi Gabbard aveva segnalato i rischi di una strategia basata sull’escalation. Ma la politica, si sa, preferisce le soluzioni rapide alle analisi complesse. E così si è scelto di forzare la mano, ignorando le conseguenze.
L’alternativa – un progressivo riequilibrio interno attraverso incentivi economici e aperture diplomatiche – è stata accantonata. Troppo lenta, troppo incerta, troppo poco spettacolare per una politica estera sempre più orientata alla comunicazione.
Il miraggio del collasso
C’era infine lo scenario più ambizioso: il crollo del sistema iraniano. Un’ipotesi coltivata in ambienti israeliani, dove Teheran è percepita come una minaccia strutturale. L’idea era quella di creare un vuoto di potere tale da innescare una riorganizzazione interna, magari guidata da attori più favorevoli all’Occidente.
Ma qui si entra nel territorio delle illusioni pericolose. Uno Stato che collassa in una regione già instabile non produce ordine, ma caos. Le conseguenze si estenderebbero rapidamente a paesi limitrofi, rendendo qualsiasi gestione politica impossibile.
E c’è un ulteriore paradosso: eliminare sistematicamente figure chiave del sistema iraniano significa, di fatto, eliminare anche i possibili interlocutori. È una strategia che riduce progressivamente lo spazio negoziale fino ad annullarlo. Il bilancio, quindi, è netto. Un regime più duro, una regione più instabile, un conflitto più difficile da gestire. Se questo era il “cambio di regime”, è lecito chiedersi se qualcuno abbia davvero valutato cosa sarebbe venuto dopo.

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