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Argentina in crisi: la “cura Milei” ha portato surplus e crescita temporanea, ma il peso svalutato e i tagli hanno spinto il 57% della popolazione in povertà. L’ombra della decima bancarotta incombe, mentre Trump corre in aiuto per contrastare la Cina in Sudamerica.
L’Argentina sull’orlo del collasso: il paradosso Milei
L’Argentina si trova nuovamente a un passo dall’ennesimo default. La decima bancarotta della sua storia appare più vicina che mai: titoli di Stato in caduta libera, borsa a picco, svalutazione drammatica del peso e un fabbisogno stimato di oltre 200 miliardi di dollari per evitare il fallimento. Un copione noto per un Paese che, dal 2000 a oggi, ha già sperimentato tre insolvenze e che negli ultimi decenni ha dovuto ricorrere per ben 23 volte al Fondo Monetario Internazionale.
Il governo guidato da Javier Milei, eletto come outsider con un profilo da economista più che da politico, ha promesso una svolta radicale. Con il suo stile sopra le righe e la celebre immagine della “motosega” con cui simbolicamente taglia gli sprechi pubblici, si è imposto come icona della destra populista globale, sostenuto da figure come Elon Musk e Nigel Farage. La sua ricetta? Riduzione drastica della spesa pubblica, liberalizzazione forzata del mercato valutario e tentativo di dollarizzare l’economia.
La cura liberista e i suoi effetti contraddittori
Il piano Milei ha avuto un impatto dirompente. Nel giro di pochi mesi, i bilanci pubblici hanno registrato un inatteso surplus dell’1,8% sul PIL, un risultato senza precedenti nella storia argentina. L’inflazione, che nel 2024 aveva sfiorato il 293%, ha cominciato a scendere, mentre la credibilità internazionale del Paese sembrava in ripresa. L’economia ha persino segnato un temporaneo +7% di crescita, presentato come un trionfo dalle autorità.
Ma dietro a questi numeri positivi si nascondeva una realtà drammatica. La svalutazione del peso del 50% in una sola notte ha impoverito la classe media e aumentato il tasso di povertà fino al 57,4%. I tagli lineari ai ministeri hanno colpito infrastrutture, sanità e istruzione, con riduzioni rispettivamente del 93%, 28% e 52%. L’amnistia fiscale sui dollari non dichiarati, pensata per ricostruire le riserve, ha generato flussi limitati e non sufficienti a sostenere la stabilità.
Il risultato? Un’economia incapace di attrarre investimenti esteri, recessione diffusa e disoccupazione in crescita. I mercati, fiutando il rischio di un nuovo collasso, hanno reagito facendo precipitare i titoli di Stato e costringendo il governo a bruciare riserve per difendere il peso.
Tra Washington e Pechino: lo scenario geopolitico
Mentre l’Argentina si dibatte in questa nuova emergenza, la politica internazionale gioca un ruolo cruciale. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha inviato segnali chiari di sostegno: “Faremo tutto il possibile perché l’Argentina è sistemicamente importante per gli USA”, ha dichiarato il segretario di Stato Scott Bessent. Washington non intende abbandonare Buenos Aires, sia per ragioni ideologiche – Milei è considerato un alleato naturale del trumpismo – sia per interessi strategici, in risposta alla crescente penetrazione cinese in Sudamerica.
Eppure, il sostegno esterno non basta a mascherare le crepe del “miracolo Milei”. La sua politica iper-liberista, fondata sulla convinzione che il ritiro dello Stato e la mano invisibile del mercato possano aggiustare ogni squilibrio, si è rivelata insostenibile sul piano sociale. Le famiglie argentine vivono un crollo del potere d’acquisto, il malcontento cresce e alle elezioni provinciali il partito di Milei ha subito una sconfitta pesante nel collegio di Buenos Aires, che rappresenta quasi la metà dell’elettorato nazionale.
Il prezzo del populismo economico
La parabola argentina mostra come il populismo economico, pur capace di offrire soluzioni rapide e slogan d’impatto, rischi di lasciare dietro di sé macerie. Milei ha incarnato il desiderio di rottura di un popolo stremato da decenni di inflazione e corruzione.
Tuttavia, la promessa di una rinascita attraverso la sola disciplina di bilancio e il taglio dello Stato si è rivelata un’illusione. La crescita iniziale si è trasformata in recessione, la stabilità in nuova instabilità, la speranza in disillusione.
L’Argentina, ancora una volta, si trova sospesa tra un passato di default e un futuro incerto, mentre il mondo osserva se il laboratorio economico di Milei diventerà l’ennesima dimostrazione del fallimento delle ricette ultraliberiste.

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