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Informazione militarizzata: Ucraina e Libano, doppio standard fuori scala

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Dalla guerra in Ucraina al Libano, nelle ultime ore, l’informazione applica doppi standard a livelli sempre più imbarazzanti. Sovranità, diritto internazionale e pluralismo valgono solo quando conviene. È così che si costruisce il consenso alla guerra permanente.

Informazione sorvegliata e consenso armato: il nuovo conformismo mediatico

C’è un dato che precede ogni discussione su guerre, alleanze e diritto internazionale: lo spazio dell’informazione si è ristretto fino a diventare una corsia obbligata. La pluralità non è più tollerata, la deviazione narrativa viene sanzionata, l’eresia interpretativa immediatamente ricondotta a colpa morale. Non serve più censurare: basta classificare.

Il dissenso non si confuta, si delegittima. È il segno di una fase avanzata di disciplinamento ideologico, in cui i mezzi di informazione svolgono una funzione non accessoria ma strutturale.

Il meccanismo è semplice e collaudato: si seleziona una cornice morale, la si carica di pathos e la si rende impermeabile alla verifica critica. Chi non vi aderisce è fuori dal perimetro del dicibile. Non importa quanto siano fragili gli argomenti o contraddittori i presupposti: ciò che conta è l’allineamento. Due esempi, tra i molti possibili, aiutano a comprendere la portata del fenomeno.

Ucraina: la guerra necessaria e il dissenso criminalizzato

La guerra in Ucraina, nel racconto mediatico dominante, ha subito una metamorfosi progressiva. Da conflitto regionale con radici storiche e geopolitiche complesse, è stata elevata a guerra fondativa, quasi escatologica: la difesa dei “sacri confini europei”. Poco importa che l’Ucraina non faccia parte né dell’Unione europea né della NATO. La geografia politica è diventata un’opinione, la storia un dettaglio fastidioso.

Il linguaggio utilizzato richiama un immaginario che credevamo archiviato nel 1918: patria, onore, sacrificio, virtù guerriere. Si parla apertamente di riarmo come priorità morale, di ripristino della leva, perfino di figli da offrire alla causa. Il tutto condito da una retorica solenne che, in Italia, ha trovato nel Presidente della Repubblica uno dei suoi principali amplificatori. Un ritorno alla pedagogia bellica, con l’aggravante di un contesto nucleare che renderebbe l’escalation un suicidio collettivo.

IIl dissenso non è ammesso. Chiunque metta in discussione la linea dell’intervento a oltranza viene etichettato come “putiniano”, traditore, agente di Mosca. Non servono prove: basta l’insinuazione. È accaduto a intellettuali e commentatori come Angelo D’Orsi, è accaduto ad Alessandro Di Battista. In un servizio televisivo, una battuta demenziale su un ipotetico “rublo” caduto di tasca è bastata per suggellare la condanna simbolica. La notizia non era la povertà dell’accusa, ma la sua efficacia. Il marchio è stato apposto, il processo mediatico concluso.

Libano: sovranità a geometria variabile

Cambiamo scenario. In Libano, un’operazione militare israeliana elimina un dirigente della forza Quds iraniana, su territorio libanese, fuori dai confini israeliani. Un’esecuzione mirata, senza mandato internazionale, senza dichiarazione di guerra, senza alcuna copertura giuridica riconosciuta. Un caso da manuale di violazione della sovranità di uno Stato.

Eppure, qui accade qualcosa di istruttivo: il linguaggio si spegne. I giornalisti non sottolineano l’illegalità dell’atto, non evocano il diritto internazionale, non parlano di “sacri confini”. Nessun appello al sacrificio, nessuna indignazione istituzionale, nessuna sanzione morale. La sovranità, improvvisamente, diventa un concetto flessibile. Alcuni Stati possono violarla, altri no. Alcune vittime meritano attenzione, altre rientrano nei danni collaterali accettabili.

Il silenzio non è casuale. È il prodotto di una gerarchia implicita delle legittimità, che l’informazione contribuisce a naturalizzare. Israele, in questo schema, gode di una sorta di extraterritorialità etica. Può colpire, uccidere, violare confini senza che ciò inneschi la stessa indignazione selettiva riservata ad altri attori internazionali. Il doppio standard non viene spiegato: viene dato per scontato.

Siamo di fronte a un classico caso di manutenzione ideologica dell’esistente. L’informazione non descrive il mondo: lo organizza secondo le esigenze di una polarizzazione bellica crescente. Costruisce un senso comune funzionale alla guerra permanente, alla compressione del dissenso, all’idea che non esistano alternative. E lo fa con la collaborazione attiva di chi, per missione dichiarata, dovrebbe informare, non addestrare.

Il risultato è una società infantilizzata, chiamata a scegliere non tra opzioni politiche, ma tra fedeltà e tradimento. In questo clima, la guerra non è più un evento tragico da evitare, ma un orizzonte pedagogico. E l’informazione, ridotta a megafono morale, smette di essere un contropotere per diventare un reparto ausiliario.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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