Ucraina, la guerra nascosta: il fronte russo si prepara al salto di scala

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Mentre il mondo guarda Iran e Medio Oriente, la guerra in Ucraina entra in una fase strategica decisiva. Mosca valuta nuove offensive, Washington punta alla Cina e l’Europa rischia di diventare il vero fronte avanzato dello scontro globale.

Mentre il mondo guarda Teheran, la guerra in Ucraina prepara il salto di scala*

Nelle ultime settimane l’attenzione geopolitica globale si è spostata quasi completamente verso il Medio Oriente: Iran, Hormuz, Israele, basi americane nel Golfo, crisi energetica, escalation navali. Ma proprio mentre televisioni e analisti occidentali fissano ossessivamente il Golfo Persico, il fronte russo-ucraino continua a muoversi dentro una logica strategica molto più ampia e potenzialmente più pericolosa.

Per capire cosa stia realmente accadendo bisogna smettere di leggere i teatri di guerra come compartimenti stagni. Washington non ragiona più per crisi isolate. La Casa Bianca, sotto la spinta apparentemente confusionaria dell’amministrazione Trump, sta tentando di ridisegnare l’intero equilibrio geopolitico globale concentrando progressivamente il baricentro strategico verso l’Indo-Pacifico e il contenimento della Cina.

L’attacco all’Iran, la pressione sul Venezuela, il riassetto delle alleanze asiatiche e persino la gestione intermittente della guerra ucraina fanno parte dello stesso schema: evitare che Pechino consolidi definitivamente il proprio vantaggio industriale e tecnologico prima che gli Stati Uniti riescano a riorganizzare la propria supremazia militare.

Dentro questo movimento continuo, il conflitto in Ucraina non è affatto congelato. È semplicemente passato in secondo piano mediatico. Che è una cosa molto diversa.

La strategia prudente di Putin e il logoramento infinito

Sul terreno, la situazione resta sostanzialmente bloccata, ma non immobile. Le operazioni russe continuano soprattutto nell’area del Donbass, dove Mosca ha concentrato il proprio sforzo principale dopo l’annessione costituzionale delle quattro regioni orientali.

Il problema è che il Donetsk rappresenta probabilmente uno dei sistemi difensivi più fortificati d’Europa. Anni di guerra, urbanizzazione densa, bunkerizzazione diffusa e soprattutto la trasformazione tecnologica del campo di battaglia hanno rallentato drasticamente qualsiasi avanzata.

L’onnipresenza dei droni — kamikaze, FPV, ricognizione, saturazione elettronica — ha modificato radicalmente la guerra terrestre. Le grandi concentrazioni di truppe sono diventate estremamente vulnerabili. Ogni chilometro conquistato richiede tempi enormi e costi altissimi.

Putin ha mantenuto una linea relativamente prudente rispetto alle aspettative delle componenti più radicali dell’apparato russo. Mosca sembra aver scelto finora una strategia di logoramento progressivo, limitando formalmente i propri obiettivi principali alla conquista completa del Donbass e alla stabilizzazione delle regioni incorporate nella Federazione.

Dietro questa prudenza esistono diverse ragioni: evitare una mobilitazione totale dell’economia russa, impedire un coinvolgimento diretto della NATO europea e soprattutto lasciare aperto uno spazio negoziale con Washington.

Perché, al netto della retorica pubblica, il Cremlino continua a considerare gli Stati Uniti l’interlocutore decisivo. L’Europa, militarmente ed energeticamente dipendente, viene percepita sempre più come semplice proiezione periferica della strategia americana. Il punto però è un altro: dopo oltre quattro anni di guerra, all’interno della leadership russa cresce la convinzione che una semplice vittoria territoriale nel Donbass non sarebbe sufficiente.

Il rischio della nuova escalation europea

Anche conquistando integralmente Donetsk, Lugansk e la fascia meridionale, Mosca si ritroverebbe comunque davanti uno Stato ucraino profondamente militarizzato, ultranazionalista, integrato nell’ecosistema occidentale e destinato a restare ostile alla Russia per decenni. Ed è qui che il conflitto assume una dimensione molto più inquietante.

Dal punto di vista strategico, mantenere una pressione permanente sulla Russia conviene agli Stati Uniti proprio in funzione anticinese. Washington deve evitare a tutti i costi una piena saldatura geopolitica e militare tra Mosca e Pechino. Un’alleanza strutturale euroasiatica rappresenterebbe infatti il vero incubo strategico americano. Per questo il fronte ucraino continua a essere fondamentale anche se mediaticamente oscurato dall’Iran.

Dentro il sistema russo questa consapevolezza alimenta un dibattito sempre più duro. I teorici dell’ala più radicale sostengono apertamente che la strategia prudente di Putin rischi di trasformare il conflitto in una guerra infinita di logoramento senza soluzione politica definitiva.

I russi, ammesso che nutrano davvero un malcontento verso Putin, difficilmente lo fanno per questioni marginali o folkloristiche. Il problema, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica e soprattutto degli ambienti nazionalisti, è molto più profondo: dopo anni di guerra esiste ancora un’Ucraina operativa, i droni continuano a colpire infrastrutture energetiche e logistiche dentro il territorio russo, ufficiali e generali vengono assassinati, sabotaggi e attentati penetrano nel cuore della Federazione mentre Kiev mantiene piena agibilità diplomatica internazionale.

In questa percezione, il Cremlino appare troppo prudente, troppo misurato, troppo lento nel trasformare il conflitto in una guerra totale. È qui che cresce la critica interna: non contro la guerra, ma contro il modo in cui viene combattuta.

Per questo motivo, se mai dovesse emergere una crisi di potere a Mosca, difficilmente arriverebbe da figure liberal-occidentaliste o da opposizioni filo-occidentali ormai marginali. Il rischio reale, semmai, sarebbe l’ascesa di settori ancora più duri dell’apparato securitario e nazionalista, convinti che Putin abbia mostrato troppa moderazione.

E a quel punto, molti in Europa potrebbero scoprire retroattivamente che il Putin prudente e calcolatore degli ultimi anni non era affatto la versione più radicale possibile della Russia.

Dunque, l’ipotesi che circola è molto più aggressiva: smettere di concentrare l’offensiva nelle aree più fortificate del Donbass e aprire invece direttrici multiple verso Sumy, Kharkov, Kherson e soprattutto Odessa, tentando di destabilizzare direttamente il potere centrale ucraino. Una svolta del genere cambierebbe completamente natura alla guerra.

Significherebbe mobilitazione più ampia, uso molto più massiccio della forza aerea e missilistica, tempi lunghi — almeno sei-otto mesi di escalation intensa — e soprattutto un assottigliamento pericolosissimo del confine politico tra guerra russo-ucraina e confronto diretto Russia-NATO.

Ed è qui che emerge il vero paradosso occidentale. Mentre l’opinione pubblica europea discute quasi esclusivamente di Iran, Gaza o Trump, il continente continua lentamente a trasformarsi nel possibile teatro avanzato di uno scontro sistemico tra potenze nucleari. La militarizzazione dell’Europa orientale prosegue, i bilanci militari aumentano, le industrie belliche accelerano la produzione e la diplomazia europea appare sempre più irrilevante.

Putin, almeno per ora, continua a svolgere una funzione equilibratrice tra le varie anime del potere russo. Ma la pressione interna cresce. Cresce tra i militari, cresce tra i nazionalisti, cresce in una parte della popolazione che pretende una conclusione strategicamente chiara del conflitto. La domanda reale non è se la guerra finirà presto. È l’opposto.

La domanda è quanto ancora reggerà l’attuale equilibrio instabile prima che qualcuno — a Mosca, a Kiev, a Bruxelles o a Washington — decida che la moderazione è diventata troppo costosa.

* Articolo originale di Enrico Tomaselli

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli