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Tianjin, il vertice che cambia il mondo: la Cina guida il multipolarismo

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Il vertice SCO di Tianjin segna la svolta multipolare: Cina, Russia e India si coalizzano contro l’egemonia occidentale. Investimenti, dedollarizzazione e innovazione ridisegnano le mappe del potere globale, mentre l’Europa rischia il suicidio geopolitico.

La Cina al centro del nuovo multipolarismo: il significato del vertice SCO di Tianjin

Il vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO), svoltosi a Tianjin, rappresenta una svolta nella geopolitica mondiale. Con la presenza di leader del calibro di Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi, affiancati dal Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres e da rappresentanti di oltre venti Paesi, l’incontro ha assunto una portata che va ben oltre la diplomazia di circostanza.

La Cina ha saputo sfruttare una finestra di opportunità, ricomponendo fratture storiche e proponendo un’agenda alternativa all’egemonia occidentale. Sullo sfondo, la pessima gestione della crisi ucraina da parte dell’Europa e degli Stati Uniti, le conseguenze delle sanzioni, il doppiopesismo sull’assedio di Gaza e le nuove sfide economiche globali.

Tianjin, laboratorio del nuovo ordine internazionale

Il summit ha mostrato un’immagine sorprendente: Xi Jinping e Narendra Modi sorridenti, affiancati da Vladimir Putin, a testimoniare come persino rivalità storiche possano essere temporaneamente accantonate di fronte a un obiettivo comune. La Cina ha raccolto il malcontento diffuso verso le strategie neocolonialiste dell’Occidente, che hanno alienato gran parte del Sud globale, e ne ha fatto leva per rafforzare la SCO come piattaforma di cooperazione.

La centralità dell’Indo-Pacifico è emersa con forza: Pechino intende costruire un blocco compatto, cementato dal suo soft power commerciale, capace di opporsi al “pensiero unico” promosso da Washington e Bruxelles. Wang Yi, veterano della diplomazia cinese, ha definito questo processo “ricerca del multipolarismo”, una filosofia che punta a superare la logica dei blocchi e a promuovere un multilateralismo “vero”, opposto al bullismo politico ed economico dell’Occidente.

Il concetto è stato ribadito da Xi Jinping, che ha invocato il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, insieme a un allargamento dei mercati interni e a una maggiore propensione agli investimenti. Con oltre 2 miliardi di yuan in aiuti diretti e 10 miliardi in prestiti promessi agli Stati membri, la Cina ha dato prova concreta della sua volontà di leadership.

Le contraddizioni occidentali e il terreno fertile per Pechino

Se il vertice ha avuto successo, lo si deve anche agli errori occidentali. Le sanzioni contro la Russia, pensate per isolarla, hanno avuto ricadute pesanti su Paesi terzi; la politica protezionista di Donald Trump ha colpito duramente persino partner come l’India, penalizzata da dazi che hanno reso il suo export meno competitivo. Questo insieme di fattori ha favorito un avvicinamento tra attori tradizionalmente divisi, che oggi vedono in Pechino una sponda per ridiscutere gli equilibri globali.

La SCO diventa così il cuore di un progetto che abbraccia logistica, finanza e innovazione tecnologica:

  • Logistica: aumento del 10,7% del traffico ferroviario tra Cina ed Europa nel 2024, grazie alla Belt and Road Initiative.
  • Finanza: spinta alla dedollarizzazione, con il progetto di una SCO Development Bank e l’introduzione di uno yuan digitale.
  • Tecnologia: investimenti in energie rinnovabili, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali, con Alibaba già attiva nello sviluppo di nuovi chip.

L’Occidente è apparso in difensiva: accusato di doppiopesismo sulla crisi di Gaza, con il duro intervento di Recep Tayyip Erdogan, e incapace di proporre soluzioni concrete a un mondo che percepisce l’ipocrisia delle democrazie liberali. La dichiarazione di Putin – secondo cui la guerra in Ucraina è conseguenza di un colpo di stato sostenuto dall’Occidente – ha trovato spazio in un consesso che non teme di sfidare apertamente la narrativa euro-atlantica.

Una “sveglia” che l’Europa non vuole sentire

Il vertice rappresenta una “sveglia” per l’Occidente: il baricentro del potere globale si sta spostando verso Asia, Africa e Sud globale, mentre Europa e Stati Uniti rischiano di perdere rilevanza. I problemi strutturali – debito insostenibile, ritardo tecnologico, invecchiamento demografico – potrebbero soffocare la crescita occidentale, aprendo la strada a una nuova egemonia multipolare.

Il summit di Tianjin, con i suoi investimenti, le sue linee strategiche e il suo linguaggio alternativo, sancisce un cambio di paradigma. Non si tratta più di competere per il dominio globale, ma di contendersi la rilevanza politica ed economica.

Per l’Europa, incapace di affrancarsi dal vincolo statunitense, il rischio è quello di un vero e proprio suicidio geopolitico, mentre il resto del mondo scrive nuove mappe di potere.

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