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Gli Usa preparano un attacco al Venezuela per rovesciare Maduro e controllare il petrolio, ma la mossa rischia di incendiare l’intera America Latina. Cina, Russia e Colombia reagiscono, mentre l’imperialismo americano rivela la crisi profonda del suo potere globale.
Il Venezuela sotto assedio: flotta Usa e nuove minacce nei Caraibi
Soffiano venti di guerra sul Mar dei Caraibi. La marina statunitense ha dispiegato una flotta imponente di fronte alle coste del Venezuela, lasciando intendere un possibile attacco militare imminente.
L’obiettivo, dichiarato solo a metà, è il rovesciamento di Nicolás Maduro, ma il vero traguardo strategico sembra essere il controllo diretto dei giacimenti petroliferi più ricchi del continente.
Il Wall Street Journal, citando fonti del Pentagono, descrive l’operazione come una “necessità di sicurezza”: porti, aeroporti e basi militari venezuelane sarebbero considerate punti di raccordo tra il regime e i cartelli del narcotraffico.
L’amministrazione Trump, secondo indiscrezioni, sarebbe pronta a bombardarle utilizzando bombardieri B-1 e caccia F-35, già posizionati nella regione. Le azioni aeree potrebbero anticipare un intervento di terra, di cui non si conosce ancora la tempistica.
Fonti venezuelane parlano di timori fondati per attacchi mirati contro la base dell’Isola dell’Orchila, i complessi militari di Sucre e Maracaibo e la base aerea Rafael Urdaneta nello Stato di Zulia. Tutti obiettivi strategici, ma anche simbolici, in un Paese già stremato da una crisi economica e sociale senza precedenti.
L’America, d’altra parte, sembra determinata a usare la forza senza più maschere: niente più “missioni per la democrazia” né “armi di distruzione di massa”, solo la nuda applicazione del principio America First.
Il conflitto, se esplodesse, non si limiterebbe a Maduro. Si tratterebbe dell’ennesimo episodio di un nuovo ciclo di interventismo statunitense nel proprio “cortile di casa”, ma in un contesto globale profondamente mutato, dove Cina e Russia hanno ormai solide alleanze nella regione.
Tra declino e arroganza: la nuova dottrina americana
Funzionari statunitensi hanno dichiarato che un attacco sarebbe “un chiaro monito al leader venezuelano”. Dietro il linguaggio diplomatico, si cela un ultimatum armato. A preoccupare è l’opacità della Casa Bianca: i parlamentari democratici non hanno potuto accedere ai documenti classificati sull’operazione, mentre ai militari dislocati nei Caraibi e nel Pacifico è stato imposto il segreto assoluto. Il copione del golpe ritorna, ma in una versione aggiornata all’era dei droni e della disinformazione.
Negli ultimi giorni, secondo media indipendenti, almeno dodici imbarcazioni venezuelane sarebbero state colpite, provocando oltre quaranta vittime. Washington sostiene si trattasse di narcos; Caracas parla invece di pescatori innocenti. Nel frattempo, Maduro ha ordinato l’arresto di presunti agenti collegati alla Cia, accusati di preparare operazioni di false flag a Trinidad & Tobago per giustificare nuovi raid.
Il clima è rovente. La tensione cresce anche a livello interno: Caracas ha minacciato la revoca della cittadinanza a venticinque dissidenti, tra cui la Nobel per la Pace María Corina Machado, icona dell’opposizione antichavista.
Proprio la Machado, commentando le manovre americane, ha parlato di “fine dell’oscurità”, mentre l’ex ambasciatore Usa James B. Story ha dichiarato che l’escalation “serve a limitare l’espansione cinese nel continente”. Pechino ha replicato con fermezza, definendo i Caraibi “zona di pace”, mentre Mosca ha annunciato un accordo strategico con Caracas e ha avvertito Washington: “Siamo pronti a intervenire”.
Il ritorno della tensione globale è evidente: una guerra per procura nel cuore dell’America Latina rischia di coinvolgere anche potenze mondiali, aprendo un nuovo fronte di confronto multipolare.
America Latina in rivolta: dal Messico alla Colombia, il cortile non obbedisce più
Le reazioni politiche si moltiplicano. Il Messico, con la presidente Claudia Sheinbaum, ha condannato l’eventuale intervento: “Non permetteremo mai che truppe straniere operino sul nostro territorio”. Una posizione netta, condivisa da diversi Paesi latinoamericani e da tre relatori speciali dell’ONU, secondo i quali gli attacchi in acque internazionali sarebbero “esecuzioni extragiudiziali in violazione del diritto internazionale del mare”.
Anche la Colombia, storica alleata degli Stati Uniti, rompe gli schemi. Il presidente Gustavo Petro, primo leader di sinistra della storia del Paese, ha accusato Washington di “omicidio e violazione della sovranità” dopo la morte di un pescatore colombiano colpito durante un’operazione americana. La replica di Trump non si è fatta attendere: ha definito Petro “il peggior presidente di sempre”, ha imposto nuove sanzioni contro Bogotá e aumentato i dazi sulle importazioni.
Lo scenario è quello di una regione sempre più divisa, dove l’interventismo a stelle e strisce riattiva antiche ferite. Persino in patria, le azioni della Casa Bianca sollevano dubbi bipartisan: l’uso della forza non è stato autorizzato dal Congresso, ma giustificato attraverso le stesse basi legali invocate da George W. Bush dopo l’11 settembre.
La politica estera americana appare oggi più come una reazione di panico che come una strategia coerente. L’esibizione militare non è segno di forza, ma di vulnerabilità. Gli Stati Uniti colpiscono per riaffermare una centralità ormai in crisi, in un mondo che non riconosce più la loro autorità morale.
E così, mentre Trump promette “la libertà del Venezuela”, l’America rischia di ottenere l’effetto opposto: compattare il fronte anti-statunitense in tutto il continente. Il ruggito dell’impero, più che un segno di potenza, sembra il gemito di una bestia ferita.

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