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venerdì 23 Luglio 2021
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Sri-Lanka: gli indigeni affrontano la pandemia

Conosciuti dai singalesi come Vedda, i Wanniyala-aetto dello Sri Lanka sono uno dei popoli più antichi del mondo.

Andrea Rigante ha avuto modo di osservarli, conoscerli e condividere il loro modo di vivere, in due diversi viaggi, il primo nel 2015 e il secondo nel 2017. L’esperienza di quest’ultimo si è trasformata in un libro, La lacrima dei Vedda (Alpine Studio, 2018)

Di seguito alcune sue considerazioni sulla condizione attuale di questa popolazione e uno straordinario servizio fotografico scattato durante la permanenza a Dambana.

Pescatori Vedda

Un passo indietro

L’abilità più preziosa per ogni indigeno era quella di saper procacciare il cibo per la propria famiglia e per il villaggio.

Oggi i Wnniayala-aetto, sono rimasti in pochi, circa 6500 secondo ottimistiche stime, quelli rimasti camminano su una china pericolosa oltre il quale si affaccia una modernità ingombrante e vorace, gli abiti tradizionali, la loro tipica accetta, garlecci, sulla spalla e i lunghi capelli, lentamente stanno lasciando il posto a t-shirt, cellulari e motorini.

Gli indigeni sempre più si dedicano alla sola agricoltura e abbracciano il modo di vita singalese.
Le comodità sono arrivate: elettricità, capanne in muratura, Tv via cavo ma anche le bollette da pagare.

Il Covid-19 ha imposto anche allo Sri Lanka le sue restrizioni, niente contatti, tutti chiusi in casa, bloccati anche i trasporti. A Dambana non arriva nulla, né cibo, né medicine.

In pochi giorni la precarietà alimentare causata da un’agricoltura locale acerba ha creato un clima di panico nella parte di comunità che più di altre ha cercato di abbandonare i vecchi costumi.

Gli indigeni si ritrovano ora in un limbo a metà strada tra la tradizione e la modernità, in una transizione umiliante che li ha portati a trasformarsi da efficienti cacciatori-raccoglitori in poveri e sprovveduti contadini.

Siamo tutti stati investiti da una epidemia globale. Un virus dalla trasmissione nebulosa, con centinaia di migliaia di contagi e migliaia di morti, ci ha sigillati in casa. Siamo stati messi di fronte alla fragilità di una civiltà intera e non solo dei suoi sistemi economici e sanitari.

Questa anomalia abbattutasi sul nostro percorso di vita, ci ha posto di fronte anche alla sua stessa fragilità, congelati in una stasi: per molti noiosa, ma per altri meditativa.

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Il pensiero va ai contagiati, a medici e infermieri che lottano per limitare i morti, è un pensiero però temporaneo, siamo più impegnati a tentare di occupare questo tempo non-libero, ma imposto, che non sappiamo gestire.

Siamo chiamati a sviluppare la capacità di reinventare questo luogo detentivo che chiamiamo casa, i più attenti rivaluteranno la propria lista delle priorità, si confronteranno con la propria solitudine o con la natura dei rapporti più intimi con cui siamo obbligati a condividere per un tempo indefinito.

Rischieremo magari anche di compromettere la nostra preziosa autostima, così faticosamente guadagnata in anni di successi e carriera. Che ruolo svolgo in questo mondo? Il mio lavoro quanto è indispensabile alla società?

Ora che questo sistema sociale iper-specializzato di cui facciamo parte è paralizzato, siamo in grado di cambiare? Siamo in grado di adattarci ad una nuova condizione sociale?

Potremmo fare un passo indietro? Sarebbe sostenibile? Per quanto tempo sette miliardi di persone chiuse in casa senza lavorare possono continuare ad avere cibo, acqua corrente ed elettricità? In uno scenario più drammatico, a quale livello di precarietà saremmo in grado di far fronte?

Potremmo tornare a quando ogni comunità aveva l’onere di recuperare da sé cibo e acqua. Quante vite costerebbe? Quanti errori faremmo per acquisire tale competenza?

Ci sarebbe abbastanza mondo per una tale massa di persone che debbano procurarsi cibo e calore senza una struttura sociale altamente organizzata e collegata?

E allora penso ai miei amici indigeni, così pericolosamente affannati ad assomigliare ai non-selvaggi, nonostante il panico da frigo vuoto, ora si ritrovano invece in vantaggio.

 

A pochi passi dal villaggio, la foresta, la kale pojje, può, come fa da migliaia di anni, offrir loro cibo, riparo ed erbe medicinali.

Quella competenza ancora non è svanita sotto le pressioni della modernizzazione, il moschetto è ancora carico per andare a caccia di cervi, ogni anziano del villaggio sa dove trovare le foglie giuste per curare un’infezione o un morso di serpente, i giovani sanno ancora seguire le impronte , scovare del miele, scavare radici.

L’udito e l’olfatto sono ancora capaci nell’individuare la preda nella radura buia, invasa da un erba chiamata iluk. Per migliaia di anni, in quelle terre, non è mai mancato il sostentamento per ogni suo abitante, uomo o animale che fosse.

La civiltà globalizzata è invece un gigante di cristallo vittima della sua stessa struttura, il prodotto è anni luce lontano dal consumatore. Il tanto osannato individualismo edonistico, non vive senza il suo contesto, da cui è in realtà totalmente dipendente, rivelandosi l’esatto opposto rispetto all’unità che vorrebbe essere. Per emergere l’individuo ha bisogno della massa.

Questo alveare sociale, che necessita di una prossimità esasperata, anche solo ideologica, si sbriciola in questo momento così critico. Siamo individualisti ma in relazione al nostro contesto, fuori dal nostro mondo siamo noi i reietti e i miserabili, gli inadeguati.

L’interdipendenza sociale mostra così, questi suoi elementi super-competenti, colmi di una conoscenza incompatibile con la sopravvivenza nella natura. Una sapienza frammentata e concentrata, rivela così la sua debolezza ed inadattabilità.

La stratificazione sociale e una mancanza di trasversalità ha generato una società concentrica in cui: chi sta nel nucleo tende all’inumanità e a rinnegare il suo legame con la natura o peggio a credere che non sia mai esistito.

Un collasso del sistema, pur improbabile, renderebbe necessario un riequilibrio degli assetti strutturali e di ruolo, una riduzione della differenziazione di impieghi e mansioni imporrebbe il riemergere di categorie di professionisti estinti: cercatori di acqua, bravi arrampicatori, cantanti di sentieri e costruttori di trappole.

 

Un’ottima mira e la rapidità nell’accendere un buon fuoco sarebbero le eccellenze a cui ambire per essere dei giovani rampanti à la page.

La fine della civiltà non avverrà di certo, presto o tardi tutto tornerà come prima e ci troveremo di fronte al fatto che il nostro più grande contributo al recupero dello status quo sia stato, non aver fatto assolutamente nulla di essenziale, se non restare in disparte ad aspettare che iniziasse il secondo tempo della nostra vita.

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Andrea Rigante
Geografo laureato in Scienze Umane dell’Ambiente. Lavora come guida equestre nel Parco della Valle del Ticino. Autore de "La Lacrima dei vedda" per Alpine Studio, nel 2016, come regista e produttore realizza: "Sei piedi nel fiume", video-racconto naturalistico sul Parco Lombardo della valle del Ticino.

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