Repubblica e il warwashing: dal falso delle “otto iraniane” al trumpismo ‘liberal’

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“La Repubblica: Le otto donne iraniane condannate a morte che Washington cerca di salvare”. Notizia per di più falsa. Ma il punto è un altro: lo stesso schema interventista viene ripulito e reso accettabile, tra propaganda soft e conformismo liberal

Trumpismo ripulito: la guerra diventa presentabile per Repubblica

La Repubblica: “Le otto donne iraniane condannate a morte che Washington cerca di salvare”.

Peccato che da Teheran arrivi una smentita netta sulla presunta condanna a morte delle otto donne iraniane. Secondo quanto riportato dal sito ufficiale della magistratura, Mizan Online, “Trump è stato ancora una volta tratto in inganno da notizie false”. Alcune delle donne indicate sarebbero già state rilasciate, mentre le altre rispondono di accuse che, anche in caso di condanna, prevederebbero al massimo pene detentive e non la pena capitale. Ma la smentita non vale per Repubblica, anche se poi lo dice lo stesso articolo che non cis arà alcuna esecuzione, se uno lo legge, ma nel mentre, per i più distratti, continua a circolare il titolo che in realtà riprende un post di Eyal Yakoby, un propagandista pro Israele, negazionista dei massacri a Gaza.

Veniamo quindi al punto: esiste un trumpismo più sottile, più strategico. Non acclama il Presidente, anzi. Contesta la fascistizzazione della sua prosa, della sua mentalità. Trump è il confine tra civiltà e impresentabilità sociale. Ma, contemporaneamente, accoglie le sue direzioni politiche. Le accoglie, però, edulcorandole ideologicamente, sottoponendole al setaccio del vocabolario politicamente corretto, capace di formare una retorica idealisticamente appropriata.

In questo artifizio narrativo, Trump improvvisamente scompare e diventa Washington. Si spersonalizza. Seguendo la direttiva dell’anonimato politico, tanto cara alla tecnocrazia di sinistra, si vuole ribadire un fatto noto: la difesa della democrazia è sempre passata per Washington e da lì passerà anche in futuro. Potete starne certi. Occorre solo depurare il linguaggio, e quando questo sarà finalmente accattivante anche per le eccellenze liberal ecco che si potrà presentare un trumpismo di sinistra.

Così come Clinton impaginò un reaganismo meno grossolano, allo stesso modo, nel prossimo futuro, la prosopopea bellica di Trump proseguirà con parole più raffinate, più consone ad ambienti democraticamente carismatici. E, possiamo scommetterci sin da ora, si solleveranno pochi cori d’indignazione, poche campagne di liberazione.

I democratici torneranno ai loro distinguo impacciati sul 7 ottobre, a quelle ramanzine pubbliche sull’Iran degli ayatollah capaci di far ruotare le code di pavone degli artisti più disinvolti ed estroversi.

Quelli che in genere predicano paternalismo colonialista da Fabio Fazio e che poi vincono gli Strega con la ormai scolastica introspezione romanzata d’autore. Aspetto il momento con pazienza mentre tutti si affannano alla ricerca di grandi speranze.

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parole ribelli, menti libere

Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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