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martedì 12 Ottobre 2021
AgoràL'ombra nera della cancel culture: neanche Chomsky va più bene

L’ombra nera della cancel culture: neanche Chomsky va più bene

Le lettera-appello pubblicata sull’Harper’s magazine, firmata da 150 intellettuali americani, tra i quali il decano Noam Chomsky, contro la cancel culture.

Questa nuova forma di intolleranza ammantata da un confuso progressismo, ha suscitato proteste e analisi al veleno, anche qui in italia.

Ma quando si attacca l’oratore e non l’argomento e l’unica cosa che conta è abbattere l’avversario travisando all’origine qualunque sua tesi, allora si entra una zona oscura molto pericolosa.

L’appello dei 150 contro la cancel culture

Martedì 7 luglio, sul sito della prestigiosa rivista americana Harper’s magazine, è apparsa una lettera-appello firmata da 150 intellettuali, tra cui Noam Chomsky, J.K. Rowling, Margareth Atwood, Salman Rushdie, Martin Amis, contro la cancel culture, esplicitata come  un’intolleranza per le opinioni diverse, l’abitudine alla gogna pubblica e all’ostracismo, e la tendenza a risolvere complesse questioni politiche con una vincolante certezza morale.

La lettera difende il libero scambio di idee e informazioni e termina con un appello a preservare la possibilità di essere in disaccordo in buona fede, senza timore di catastrofiche conseguenze professionali, come già verificatosi a suon di hashtag sin dai tempi del nefasto #metoo che ha ostracizzato artisti incolpevoli rispetto alle accuse mosse dal tribuna digitale, non ha sortito alcun effetto in ambito politico in tutela della categoria offesa e ha generato l’effetto paradossale di un distanziamento culturale da parte di tante anime che riconoscono i contenuti ma non i metodi della protesta.

Quella campagna era uno sfogo lungamente represso rispetto a troppi anni di ingiustizie, inefficace sul piano della proposta e pernicioso rispetto agli esiti sulle persone su cui la nuvola digitale sceglieva di scagliare le sue saette e vendette.

Proprio ciò che la lettera dei 150 intendeva ricordare agli abbattitori di statue, i boicottatori di film e gli odiatori prodromici: a nessuno piace più questo mondo, ma certi metodi provengono dal nostro peggiore passato e non ci aiuteranno per il futuro.

L'ombra nera della cancel culture: neanche Chomsky va più bene

Le reazioni

La lettera ha suscitato un eco di proteste: dall’ok boomer, spesso paradossalmente argomentato da boomer stessi come il cantautore Billy Bragg sul Guardian, in una sorta di patteggiamento generazionale, rispettabile per quanto fuori-fuoco, ad argomentazioni valide.

Per esempio quella sulla banalizzazione del concetto di libertà rispetto ad alcune tematiche calde e non comprese nella lettera dei 150, la pericolosa ridefinizione del concerto di terrorista fatta dal Dipartimento di Stato Americano, il dibattito negato sulla questione palestinese e quello insufficiente sui diritti LGBTQ,  come quella proposta dall’attivista Jillian York che, sebbene espresse come critica alla lettera-appello, possono essere lette anche come una proposta d’integrazione.

A margine di queste tesi ben argomentate, ve ne sono altre che denotano tutta la chiusura ideologica di fasce di popolazioni trasversali edotte a riferirsi intorno all’egida liberale ma culturalmente autoritarie (e che potrebbero trovare presto in Kanye West un candidato prototipico da votare per la Casa Bianca).

Contiguità con il nemico

La principale tra le critiche pop mosse alla lettera dei 150 è che tali argomentazioni siano un Cavallo di Troia dentro cui si nasconde la destra reazionaria, additando questi intellettuali, scrittori e giornalisti di contiguità coi sovranisti col santino di Steve Bannon nel portafoglio.

Eppure dovrebbe essere evidente quanto la posizione maturata in quasi un secolo di attività intellettuale e politica di Noam Chomsky per esempio, il più bersagliato tra i firmatari, sia cosa ben diversa da quella dichiaratamente regressiva del politico leghista che ha ribadito il diritto a rivendicare la propria omofobia.

Si vuole far intendere che dietro i 150 firmatari vi sia il deserto anziché una vasta ed eterogenea platea di menti pensanti, e che la seconda linea della lettera-appello vanti orde di barbari nazisti ego-distonici finalmente lieti di colonizzare il deserto ideologico sorto con la dissoluzione delle politiche di sinistra.

Come se la cancel culture fosse invece popolata di sole anime belle, anziché aver liberato sciami di odiatori seriali.

Ma stavolta c’è la promessa dell’agognato consenso sociale promesso dalle elité intellettuali che ispirano questa standardizzazione dei prodotti culturali, servendosi della nevrosi digitale e offrendo un canale in cui incanalare la rabbia repressa verso un sistema iniquo, addosso a dei compagni di lotta anziché sui responsabili delle ingiustizie contestate.

Così quella che potrebbe essere una dialettica arricchente interna a un movimento polifonico, sta diventando un regolamento di conti tra generazioni e settori dell’industria culturale.

Questioni di posizionamento, più che questioni morali.

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Cancel culture, l’eco italiano

L’altra critica facile offre un’insinuazione ancora più deleteria rispetto al margine di confronto offerto a chi la pensa diversamente. Si prenda il titolo dell’articolo pubblicato da Valigia Blu, che diagnostica un mancato esame di realtà ai firmatari della lettera e nel corpo mischia una serie di varie e variamente valide argomentazioni critiche per dimostrare che un dibattito tanto complesso ha un’interpretazione univoca, facendola coincidere con quella dell’autore.

Esame di realtà che, viene suggerito altrove, soprattutto nei commenti social, mancherebbe in quanto la maggior parte di queste personalità fino a ieri largamente celebrate, sono dall’oggi al domani diventati vecchi arnesi da riporre in cantina.

Da Kobe Bryant a Noam Chomsky, il meccanismo è sempre lo stesso: fino a un centinaio di ore fa sei considerato un campione e un uomo immagine, il volto che ti rassicura trovare la mattina sulla confezione dei cereali ma poi spunta un’accusa tutta da dimostrare, quanto basta al tribunale digitale per trasformarti in feccia, farti perdere contratti, contatti e credibilità accumulate in una vita.

Oppure sei uno degli intellettuali di riferimento nell’area antirazzista e solidale ma ti permetti di fare affermazioni avverse all’opinione dominante e in mezzora migliaia di profili mettono in discussione mezzo secolo di attivismo, spacciandoti per un barone arroccato al potere e con la demenza senile.

E finito di massacrare il monumento di turno, vivente o meno, avanti con il prossimo in un cortocircuito famelico e feroce di auto-gratificazione che ricorda quello alla base del bullismo. E che nasconde un disagio, che resta inespresso, convertito in un’eterna polemica su Facebook.

Quel disagio è lo stesso che ben prima dei sovranisti dell’estrema destra è stato sfruttato dal Movimento 5 Stelle prima della svolta governativa e dal renzismo elettorale della rottamazione, godendo della qualità estemporanea dei giudizi e degli affetti al tempo dei social: da allora basta un trending topic sui social per guadagnare e perdere tutto il consenso.

Non a caso sono in molti in Italia a tacciare di grillismo la rimozione di simboli e apparati del passato, segno di quanto la logica moralistica dei 5 Stelle si sia efficacemente sostituita a quella immorale del berlusconismo come narrazione latente di una nazione.

 

Il lapsus rivelatore

L’accusa di un mancato esame di realtà è grave, in un dibattito: arriva quando uno dei due interlocutori decide di interrompere il dialogo, ponendosi in una condizione di superiorità nel tentativo di togliere dignità all’opinione dell’altro, di zittirlo.

Il mancato esame di realtà è anche uno dei sintomi richiesti per la diagnosi dei disturbi psicotici. Quell’ampio spettro di sindromi un tempo riunite sotto il nome di follia.

Ma se una volta, come ricorda Foucault, le opinioni dei pazzi erano talvolta sorprendentemente ascoltate persino a corte dei regnanti, oggi l’attribuzione di un tratto tipico della follia a un interlocutore è un segno eminente della volontà di zittirlo.

Attribuire la mancanza di esame di realtà a 150 intellettuali a causa di una sola opinione dissonante esprime l’indisponibilità pregiudiziale all’ascolto della controparte da parte dei rottamatori seriali di simboli e di autori colpevoli di reati d’opinione.

E se le parole pronunciate secoli fa sono importanti, sono importanti anche quelle che usiamo oggi. Dunque, nella migliore delle ipotesi, possiamo dire sia stato uno scivolone, un lapsus rivelatore.

Hegel scriveva che la follia è il sintomo dell’anima alla ricerca della sua guarigione; ne deriverebbe che la malattia è propria di quell’anima che smette di interrogarsi. Che si crede in salvo, sana, migliore dell’altro. Che la follia patogena, non quella di Hegel, è quella indicata dall’etimologia latina follis, a indicare un sacco pieno d’aria.

Un contenitore senza contenuti. Come la cultura, svuotata dal contraddittorio e dall’impudico, che ci vorrebbero propinare quelli della cancel culture, ripudiando la scandalosa follia degli artisti e persino la più fioca dissonanza ideologica.

Restando nell’ambito diagnostico proposto da Valigia Blu, se la lettera dei 150 può essere additata di mancata aderenza alla realtà, la cancel culture è l’apoteosi della normopatia, l’ossessione di essere come gli altri,  coniata da Fromm parlando di etica autoritaria contro etica umanistica: l’appiattimento che rimuove il conflitto.

Il conflitto è il segno che siamo in presenza del diverso, dell’Altro. Ed è nutriente per la mente, è la base dell’apprendimento, dell’empatia, della sintesi tra posizioni diverse che forma una cultura.

Una pluralità di voci dissonanti attraverso cui il singolo può esplorare la propria accordatura, in un processo che dura tutta la vita.

Ma in un’epoca caotica che richiede di per sé una quantità elevata di investimento energetico, se l’individuo non dispone delle energie necessarie la mente applica principi d’economia nei processi giudicati come non primari, per non soccombere.

La cancel culture orienta l’essere nel mondo attraverso il disinvestimento verso la complessità, conservando i propri schemi di pensiero e cercando di eliminare quelli alternativi.

Dalla pluralità di voci da esplorare, si passa al megafono a cui aderire acriticamente pena l’esclusione dal gruppo dei pari. In altre parole, la cancel culture lungi dall’essere un fenomeno d’attivismo ancorato alle proteste seguite alla barbara uccisione di George Floyd, manifesta non la voglia di abbattere un sistema causa d’ingiustizia diffusa, ma la paura di essere tagliati fuori dal sistema che ne prenderà il posto, dando per scontato che così sarà.

L'ombra nera della cancel culture: neanche Chomsky va più bene

Quello che non c’è

Questi conservatori precoci che si credono rivoluzionari, scambiano l’attivismo per la risoluzione di un iconflitto interiore attraverso la rimozione, il meccanismo di difesa più regressivo secondo Freud, visto che altri parlano a sproposito di disturbi del pensiero, anziché affrontare nel merito il conflitto sociale e le ingiustizie di un sistema contemporaneo a chi invece concentra la sua indignazione su monumenti ottocenteschi o un film del 1939.

Fanno politica attraverso i propri conflitti, spacciandoli per cause sociali universali.

Trasformano ciò che manca in ciò che non deve più esistere.

Lo stesso metodo che trasformò la rivendicazione di libertà degli afroamericani schiavizzati nei campi di cotone, che presero ad andarsene come tanti piccoli Django, in una patologia psichiatrica.

Nel 1850 i padroni anglosassoni chiesero ai medici cosa stesse accadendo a quelle bestioline fino al giorno prima mansuete e che avevano improvvisamente iniziato a ribellarsi.

Venne coniata una diagnosi per quella particolare forma di isteria, specifica dell’America del Nord: la drapetomania. Secondo la classe dominante, quegli uomini e donne non correvano per la libertà, ma erano affetti da una patologia. Vi ricorda qualcuno?

Diranno che i contenuti sono altri oggi, certo. Almeno fino a quando questo metodo non verrà usato contro qualcun altro, per affermare contenuti diversi. Contro di voi per esempio, per aver espresso un’opinione diversa da quella richiesta.

Lode dunque a chi ci ricorda, pur tra mille contraddizioni ed esponendosi a rischi sempre nuovi, che il confronto con l’altro è sempre salutare.

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Luca Buonaguidi
Scrittore e psicologo, ha pubblicato libri di viaggio, di musica e di poesia.

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