Americanizzazione profonda: quando la miseria diventa colpa

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L’americanizzazione non è solo consumo e successo: è anche l’abbandono degli ultimi, la cancellazione della solidarietà e la colpevolizzazione della povertà. Una società che idolatra la performance e dimentica la cura diventa complice della disumanizzazione.

Americanizzazione profonda e le bombe dei poveri

Quando la letteratura parla di americanizzazione si riferisce generalmente al consumo di massa, all’individualismo competitivo, alla spettacolarizzazione della politica, all’edonismo dionisiaco dell’eterno presente, agli accessori che confezionano prestigio e status symbol.

Difficilmente si associa il termine all’abbandono dei falliti e dei colpevoli; al disprezzo per gli ultimi riversati nell’invisibilità drammatizzata dalla folla indistinta e incorporea dei senzatetto. Chi non sa accelerare non ha possibilità di pretendere ristori, pace interiore, riscaldamenti, pasti caldi.

L’americanizzazione della società comporta la negazione dei vincoli di prossimità, della cura collettiva per chi vive in una comunità. La leggenda del self-made man non è che una trovata pubblicitaria per sviare l’immaginario comune dalla ferocia implicita a una società di mercato.

Nei racconti sulla tragedia di Castel d’Azzano manca questa sfumatura. Certo resta l’immane sconforto dato dalla perdita di giovani vite umane così come permane quel senso di repulsione per quella famiglia di fratelli, facilmente associabile alla brutalità comportamentale, ricurva nelle pieghe della pelle consumata dalla fame, dal freddo, dal fango, dalle carie che spaventano i sorrisi.

Una famiglia di personalità magari avvezze a quell’alterazione cocciuta, forse anche intimidita, di chi sillaba con fatica. Ma proprio la squallida miseria, promiscua alla malattia mentale, dovrebbe rappresentare una premura per una comunità di cittadini.

Il riguardo per i sofferenti nei paesi, nei quartieri, all’interno delle strutture associative di classe, era, un tempo, simbolo di sopravvivenza per una comunità. La sopportazione affettuosa per lo strambo, per il matto del villaggio, per il chiassoso bevitore, per le famiglie attenzionate dai servizi sociali, per la povertà non permettevano sfratti e pignoramenti senza una qualsiasi soluzione preventiva.

Oggi, al contrario, gli amministratori non conoscono più la tragedia dell’emarginazione sociale e della conseguente indigenza psichica. Lavorano instancabilmente per trasformare il paesaggio nel borghetto diffuso, nuovo passatempo turistico dall’andatura piccolo borghese, dove si riproducono a ritmi vertiginosi bed and breakfast, isole pedonali, fattorie inclusive, agriturismi stellati, degustazioni di vini biologici. Nuove città stato dove l’instagrammabile rende facilmente replicabile la postura da vip.

Nel nostro sistema genuflesso all’obbligo di performance chi immagina sussistenza, protezione sociale è colpevole di passatismo, di assistenzialismo improduttivo che non ha a cuore la meritocrazia certificata dall’essere grandi e generosi proprietari privati. Si riscopre una feudalizzazione della società però ammantata da propositi progressisti, anarco-libertari, manageriali.

In questa logica che regolarizza la sproporzione sociale, il diritto non potrà che proteggere l’osservanza spersonalizzata dei contratti, senza mai poter associare quale essere umano si cela dietro al contraente. Un essere umano che poi, diventato scarto, potrà travestirsi da brutale assassino e inciampare nell’inflessibilità algoritmica della pena.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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