Repressione senza fine in Perù: 60 vittime nelle proteste di massa contro il governo Boluarte che ha incarcerato il legittimo presidente Pedro Castillo.
In Perù non si ferma la rivolta, il governo Boluarte la reprime nel sangue
Di Valeria Casolaro*
Nella giornata di ieri una vera e propria fiumana di gente si è riversata nella capitale peruviana, Lima, per marciare verso il palazzo del governo e chiedere le dimissioni della presidente Dina Boluarte e dell’intero gabinetto.
A prendervi parte sono state anche delegazioni di rappresentanti delle regioni più povere del Paese, quelle più vicine all’ex presidente Castillo (arrestato lo scorso 7 dicembre), le quali hanno marciato per giorni per ritrovarsi nella capitale.
Seppure il corteo non sia riuscito a portare a termine la sua marcia, la giornata di ieri ha segnato un momento di culmine nelle proteste di queste settimane (anche perché il numero di vittime negli scontri con le forze dell’ordine è salito a 55) e ha reso evidente il totale scollamento tra il governo e la società che dovrebbe rappresentare.
Qualcuno l’ha rinominata la seconda Marcha de los cuatros suyos (letteralmente “la Marcia dei quattro punti cardinali”): la prima si era svolta nel 2000 e aveva portato alla caduta del governo Fujimori.
La richiesta dei manifestanti è sempre la stessa: che la presidente Dina Boluarte, salita al potere dopo l’arresto del presidente Castillo, e tutto il suo governo si dimettano e che si vada ad elezioni anticipate (e non attendere il 2024, come vorrebbe l’attuale esecutivo).
Así se vive la noche en Lima, la policía abre fuego, lacrimógenos, Boluarte se niega a renunciar, el pueblo resiste, la represión se desata en varios puntos de la ciudad, la comunidad internacional sigue en silencio… pero nosotros los pueblos, estamos con ustedes ¡Fuerza Perú! pic.twitter.com/zXNwxKtdf0
— DΛViD.cu (@Dvd_qva) January 20, 2023
Le proteste, che proseguono dallo scorso 7 dicembre, hanno praticamente paralizzato il Paese.
Tuttavia, Boluarte non ha nessuna intenzione di abbandonare il suo incarico. «Il governo è saldo e il suo gabinetto è più unito che mai» ha dichiarato, addossando la colpa di quanto avvenuto ad «alcuni cattivi cittadini che vogliono far fallire lo Stato di diritto, generare caos, disordine e prendere il potere».
Ben 11.800 poliziotti sono stati schierati nella sola Lima, per far fronte alla fiumana di manifestanti che si sono dati appuntamento nella giornata di ieri per marciare uniti in direzione del palazzo del governo e del Congresso. A dar loro man forte vi era la popolazione di Lima, che si è adoperata per offrire riparo e aiuti di vario genere a coloro che protestavano.
Due università, quella di San Marcos e quella di Ingegneria, sono state circondate dalle forze dell’ordine proprio per questo motivo, ma nel momento in cui scriviamo non si sono ancora verificati scontri. L’inizio del corteo era previsto per le 16 di ieri, ma qualcosa è andato storto nell’organizzazione e la marea umana non è riuscita a giungere di fronte ai palazzi governativi.
Numerosi sono stati gli scontri violenti con le forze dell’ordine e, nella serata, un intero edificio ha preso fuoco nei pressi della centrale Plaza San Martìn. Sono necessarie cinque autopompe e tre autocisterne per spegnerlo. Alcuni manifestanti sostengono sia stato innescato da una bomba lacrimogena, ma il governo smentisce.
Attualmente, in diverse regioni (tra le quali quella di Lima) e province del Paese vige lo Stato di emergenza, che permette la sospensione di diritti costituzionali quali l’inviolabilità della casa, la libertà di movimento, di riunione e di sicurezza della persona. Tuttavia, a livello internazionale regna ancora un silenzio assordante.

* Grazie a AFV
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