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Il “campo largo” si ricompone attorno all’asse euro-atlantico: Pd e destra convergono nei fatti sulla politica estera, mentre le differenze restano di facciata. Tra simboli, posture e adattamenti, emerge una gestione del potere sempre più centrata sul Presidente.
Spazio mortale: il campo largo
– Fausto Anderlini*
Il campo largo s’allarga, sino a spazi inusitati. Non per la conversione di Acerbo o altro nano politico in termini elettorali, ma per qualcosa di molto più sostanziale e talmente evidente che solo i topini ciechi (come sono gran parte dei piddini) non se ne avvedono, pur essendone compiaciuti a loro insaputa.
Si deve a Trump e alle sue recenti intemerate contro il Papa e la Meloni, con tutto ciò che ne è conseguito, la funzione disvelatrice. Poca roba, in fondo. Gli epiteti riservati a Leone XIV non sono stati più gravi di quelli scagliati contro Francesco da molti che ora menano scandalo per la cattolicità violata. Così pure il declassamento del rating meloniano è quasi veniale rispetto allo standard cui Trump ci ha abituati. Comunque un giudizio politico-psicologico ad personam non lesivo della statualità come tale. Eppure sono stati sufficienti per fare esplodere un riallineamento generale della politica nazionale.
La Schlein ha colto l’occasione per una mossa solidale (e protettiva), subito recepita dalla fino a quel momento titubante Meloni e assecondata (seppur nel silenzio inerte) da una pronta recezione del distanziamento da Trump, e persino da Israele. Peraltro la Meloni si era già da tempo smarcata da Orban, anticipando Magyar sullo stesso euro-percorso. Trump le ha tolto, in sintesi, le castagne dal fuoco, rendendo irrilevante una altrimenti penosa abiura. La Meloni pendola, dondola che è un piacere guardarla. Un twist. Però sempre attorno allo stesso perno euro-atlantico. Il suo trumpismo è stato solo uno scarto momentaneo e di immagine, non di sostanza. Al governo, se ci si rammenta, ci andò col beneplacito di Draghi, con l’attiva collaborazione di Letta e con la benedizione di Biden. E subito pattui un gentleman agreement con la Baronessa. Perciò, anche grazie alle intemperanze di Donaldone, oggi si trova ipso facto ricollocata dove è sempre rimasta.
Costante appoggio a Zelensky, con tutti gli obblighi del caso, fino al freschissimo partenariato sui droni; strenuo sostegno a Israele (almeno fino a ieri sera); ostilità confermata verso la Russia e la Cina; ancoraggio al pilota automatico europeo, riarmo compreso. Ineccepibile. Non si è mai spostata, se non di qualche centimetro, da quella linea esemplificata dalla foto di gruppo con Tajani, Letta e Salvini davanti alla sinagoga di Roma, quando gli Hezbollah tirarono due o tre razzi dalle parti di Abramo. Poi replicata sotto le ambasciate di Russia ed Iran a denunciarne gli inenarrabili “crimini”.
A Strasburgo, ma anche a Montecitorio, il Pd a guida schleiniana e FdI hanno sempre votato insieme, comunque minimamente divergendo, in tutti i passaggi chiave della politica estera. Uniche differenziazioni: le pur tardive critiche del Pd a Israele e la condanna, sempre da parte del Pd, degli atti di pirateria trumpiani, comunque dopo aver gioito per l’assassinio di Khamenei e non disdegnando qualche comparsata in piazza con i seguaci di Reza Pahlavi e qualche transfuga venezuelano (come dimenticare l’esultanza per il Nobel alla Machado!). Si può star certi che se le aggressioni di Trump all’Iran e al Venezuela le avesse consumate Kamala Harris, il Pd avrebbe offerto il petto alle baionette dell’autocrazia asiatica, con la stessa fiera veemenza con la quale vorrebbe infilzarle nel ventre molle di Trump.
Pd e FdI: simul stabunt, simul cadent. Ci penserà la faina quirinalizia a impedire un esito catastrofico, sempre sullo stesso asse. Le rette sono ormai parallele, se non convergenti, dietro le divergenze di facciata. Mentre la Meloni ha cominciato a fare pulizia delle zecche più grossolane nelle proprie fila, la Schlein, pur fieramente radical, se non sandersiana, ha sempre farcito le proprie liste, in Europa come localmente, di “riformisti” così zelanti da far dubitare siano al soldo della CIA o del Mossad, se non della Služba bezpeky Ukraïny.
Chi non rammenta limiti e caratteri dell’arco costituzionale della Prima Repubblica? Il Pci istituzionalmente legittimato come attore democratico, ma inibito a governare. Oggi l’arco costituzionale è stato sostituito da un nuovo reggente di sistema: l’arco euro-atlantico, del quale il Presidente della Repubblica è il custode. Con una differenza rispetto al passato tale da superarne le imperfezioni: tutti possono governare, anzi devono governare, a patto di farne parte. Meglio se sotto la guida illuminata del Presidente tramite un incaricato di garanzia. Viviamo in tempi nei quali trovare una situazione d’emergenza, tra crack finanziari, epidemie, guerre ecc., è la cosa più a portata che ci sia.
La destra, una volta emancipata dall’orbanismo, è più legittimata che mai. E le professate nostalgie per il ventennio non costituiscono certo un ostacolo per l’incontro col neo-riformismo della cosiddetta sinistra. La frattura identitaria fascismo/antifascismo è ormai solo un additivo buono per tenere aggregati i credenti e gli sciocchi. Una resistenza ormai depurata da una revisione che la vede come lotta contro la “dittatura” come tale, al netto di ogni motivazione sociale e ideologica, e un fascismo rivendicato come patriottismo deviato dall’incombenza della “dittatura proletaria” possono continuare a dibattere all’infinito tenendosi a braccetto.
È da vedersi se la ripresa di larghe intese, escludenti reprobi e irriducibili, prenderà corpo a breve o una volta consumato il rito delle elezioni. Per adeguarsi alla nuova guerra dei trent’anni non esiste altra formula che un governo del Presidente a durata illimitata. E se ci si pensa bene, la vera motivazione immediata del campo largo, cioè ancora rattrappito nella competizione con la destra, è null’altro che creare le condizioni numeriche per la rielezione di un Presidente che dia le stesse garanzie di Mattarella.

* Grazie a Fausto Andelrini
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