Uomo, Natura e utopia di sinistra

Può la sinistra oggi farsi interprete di nuova “utopia” con una società in cui è molto più chiaro per chi produrre, cosa produrre, perché produrre, come produrre?

Utopia di sinistra

«Le alterazioni nel DNA sono accidentali, avvengono a caso. E poiché esse rappresentano la sola fonte possibile di modificazione del testo genetico, a sua volta unico depositario delle strutture ereditarie dell’organismo, ne consegue necessariamente che soltanto il caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione: oggi questa nozione centrale della Biologia non è più un’ipotesi fra le molte possibili o perlomeno concepibili, ma è la sola concepibile in quanto è l’unica compatibile con la realtà quale ce la mostrano l’osservazione e l’esperienza. Nulla lascia supporre (o sperare) che si dovranno, o anche solo potranno, rivedere le nostre idee in proposito».

“Gli esseri viventi infatti rappresentano un sistema chiuso: essi sono caratterizzati dall’”invarianza” e dalla “teleonomia” cioè dalla capacità di trasmettere la propria struttura genetica alle generazioni successive. Quando si verifica una mutazione questa è da ascrivere non ad un’impossibile interazione con l’ambiente ma piuttosto con eventi casuali verificatisi al suo interno:
Gli eventi iniziali elementari, che schiudono la via dell’evoluzione ai sistemi profondamente conservatori rappresentati dagli esseri viventi sono microscopici, fortuiti e senza alcun rapporto con gli effetti che possono produrre nelle funzioni teleonomiche.»

Tuttavia, dal momento in cui la modifica nella struttura del DNA si è verificata, una volta avvenuta la mutazione «l’avvenimento singolare, e in quanto tale essenzialmente imprevedibile, verrà automaticamente e fedelmente replicato e tradotto, cioè contemporaneamente moltiplicato e trasposto in milioni o miliardi di esemplari. Uscito dall’ambito del puro caso, esso entra in quello della necessità, delle più inesorabili determinazioni. La selezione opera in effetti in scala macroscopica, cioè a livello dell’organismo.»  Citazione da “Caso e Necessità” di J. Monod.

Natura, caso e necessità

La Natura non è altro che un sistema in evoluzione sottoposto alla legge della dialettica fra “caso” e “necessità”. Cioè un evento si verifica per caso (si verifica però in quanto ci sono le condizioni perché si possa verificare) e poi procede per via “necessaria” cioè condizionato dall’ambiente in direzione determinata. Se ci sono le condizioni esso si replica e si diffonde. Così si spiega la selezione darwiniana e il perché delle estinzioni di alcune specie e della evoluzione di alcune altre.

Non così per l’uomo! L’uomo possiede quella particolare proprietà che è la coscienza e con essa il pensiero. Il pensiero ha generato il linguaggio. Il linguaggio serve a descrivere e comunicare il pensiero. Il pensiero e il linguaggio altro non sono che astrazioni, cioè modelli rappresentativi della realtà che egli intente comunicare…e trasformare.

In quanto modelli essi non sono perfetti, non possono mai totalmente rappresentare la realtà. L’idea di bicchiere non rappresenta ogni tipo di bicchiere ma è un’idea approssimata. Sono necessarie altre specificazioni se si vuole indicare uno specifico bicchiere: da acqua, a calice, di vetro o plastica, ecc.

Una mappa stradale non può essere perfetta, se fosse perfetta sarebbe in scala 1:1. Ma una mappa sì fatta non sarebbe né pratica né utile, infatti non si potrebbe maneggiarla…! Una a scala minore sarebbe più utile ma non perfetta perché perderebbe in dettaglio. Più il modello è perfetto meno è utile. Meno è perfetto più è utile (principio di indeterminazione).

Data la loro imperfezione i modelli richiedono continui aggiornamenti a seconda della realtà che si intende rappresentare o del dettaglio che è richiesto. Cioè il modello è al servizio della realtà, cambia a seconda della realtà da rappresentare e non viceversa. Non sono i modelli a far mutare la realtà, essi però, sono usati dall’uomo come strumenti ai fini della trasformazione della natura e del mondo, per vivere il mondo.

Essi sono i linguaggi parlati e scritti: la matematica, le leggi della fisica e delle scienze in generale ma anche i modelli comportamentali singoli e di gruppo. Essi sono “cultura”.

L’uomo con la cultura è in grado di determinare il corso della dialettica “caso-necessità”.

I dinosauri si estinsero perché non ci furono più le condizioni (perse per caso) per la loro esistenza. Nessuno lo ha programmato!

L’evoluzione delle forze produttive nel medioevo determinò l’avvento della borghesia. In questo caso qualcuno prese coscienza della “situazione” e ne diresse il processo fino a determinarne l’egemonia sociale e politica. Il cancro si sviluppa per caso (date certe condizioni) ma i medici usando i loro modelli sono in grado di intervenire per cambiare il destino della sua evoluzione.

I medici però sono tali perché hanno appreso i linguaggi e i modelli della medicina che altri hanno trasmesso loro. Il resto della natura non fa così. L’uomo, con la cultura, “domina” la natura! Non è pari ad essa. Gli inventori della scrittura, i filosofi greci, Cartesio, Newton, Marx, Einstein, ecc. sono tra coloro che più hanno determinato l’evoluzione del linguaggio umano, non hanno violato la natura ma inventato uno strumento per meglio descriverla e quindi trasformarla.

L’uomo però non può distinguersi totalmente dalla natura in quanto ne è parte.

Non può diventare puro pensiero! Il pensiero e i linguaggi possono evolvere ma non possono cancellare la natura! Il contrasto, la contrapposizione uomo-natura di un certo pensiero “ambientalista” perciò sono errati. Non esiste alcun limite nel rapporto uomo-natura tra pensiero e natura. Ovvio che l’uomo nella continua ricerca di adattare la natura a sé stesso non può mancare di salvaguardarla.

Il processo dialettico uomo-natura è di co-evoluzione, è infinito e perciò stesso indirizzabile, può assumere infinite forme. L’idea che la co-evoluzione possa avere un limite risulta quindi completamente errata. L’idea che l’uomo attraverso la sua evoluzione possa necessariamente distruggere la natura è errata! Certi uomini magari sì. Politiche errate finalizzate allo spreco, alla poca attenzione, cioè al mancato rispetto, si, non l’uomo in generale.

È nei programmi che si deve guardare per evitare che il rispetto manchi, non agli oggetti. Non sono gli oggetti in sé ad essere sbagliati, contro la natura ma le loro finalità e/o caratteristiche (cioè le politiche, le culture). Un coltello può essere usato male o bene, per fini definiti deleteri o positivi ma in sé non ha connotati. La co-evoluzione non può essere che una continua e illimitata ricerca di armonia tra uomo e natura. La “modernità” può quindi essere definita come la attualizzazione, diffusione, condivisione dei risultati della co-evoluzione.

Per questi ragionamenti l’affermazione secondo cui “non si può avere uno sviluppo infinito in un mondo finito” risulta falsa! Per sviluppo non si deve intendere “accumulo” di beni, specie se di consumo ma “evoluzione” del rapporto uomo-natura finalizzato alla creazione di benessere sempre più elevato e diffuso. Se il mondo è limitato per chi allora deve essere riservato?

In età moderna e contemporanea si sono avuti principalmente due diversi sistemi di approccio nel rapporto uomo-natura.

Quello di tipo capitalistico e quello di tipo socialista. Nel primo caso l’attività di trasformazione è finalizzata alla produzione di profitto attraverso la produzione di beni di consumo, beni che intendono soddisfare bisogni, che si possono distinguere in primari ed “evoluti”.

I primari sono generalmente individuati nei bisogni di alimentazione, salute, istruzione, abitazione, ecc. generalmente definibili come bisogni connaturati da un criterio di “quantità”. È sufficiente che i beni atti a soddisfarli si posseggano o no. Essi sono storicamente determinati, in età preistorica erano diversi d quelli dell’età contemporanea… Sono questi i bisogni che caratterizzano i ceti meno protetti, poveri, emarginati.

I bisogni evoluti sono quelli che in genere sono caratterizzati da un connotato di “qualità”. Una volta liberi dai bisogni primari è facile lasciarsi “trascinare” da bisogno di “qualità”: una casa più grande, un vestito più ricercato, una vacanza, un consumo “culturale”, un ambiente più pulito, una politica meno corrotta, infrastrutture e servizi più evoluti, ecc. Questi in genere sono bisogni espressi da ceti più abbienti, ceto medio-alto, ecc., ceti che hanno avuto occasione di accantonare risparmio.

Nelle società a regime capitalistico molta parte delle produzioni sono finalizzate alla soddisfazione di questi bisogni. Anzi, attraverso i sistemi di comunicazione viene esercitata un’azione (attraverso la pubblicità esplicita o occulta) atta a stimolare, a indurre alcuni di essi per creare domanda di consumo e quindi di produzione e conseguenti ricavi per il produttore/venditore.

Fenomeno che va, come noto, sotto il nome di società dei consumi. Consumi che finiscono col rappresentare, sulla base del loro grado di diffusione, un indice di “ricchezza” della collettività che ne è protagonista. La competitività è motore dell’economia e ragione di continua innovazione nella produzione di merci.

Nell’ambito delle economie socialiste l’assenza di competitività rendeva quelle economie e società, stagnanti. Per quanto in grado di soddisfare alcuni bisogni primari esse erano lente nel soddisfare bisogni evoluti. Il carattere di “chiusura” delle società impediva lo stimolo ad innovare o a determinare nuovi bisogni, o a reprimerli se essi venivano stimolati dal confronto con le società capitalistiche, “aperte”.

La condizione poteva riassumersi nel seguente modo: “tutti uguali ma tutti poveri”. Per contrapposizione la società capitalistica non sapeva e non sa contrapporre la condizione “tutti uguali ma tutti ricchi” inquanto l’accesso alla “ricchezza” è riservata solo ai ceti protetti o “garantiti”.

Un altro modo di distinguere i due sistemi è nel fare le seguenti considerazioni. Nelle società socialiste si sapeva bene per chi produrre o lavorare ma meno per cosa produrre o lavorare. Gli obiettivi sociali erano abbastanza chiari come le sue finalità. Non altrettanto chiaro era cosa produrre per soddisfare quali bisogni attraverso la produzione di quali beni se non quelli strettamente primari (sebbene questi ultimi spesso caratterizzati da penuria causata da burocrazia, ritardi, inefficienze).

Nelle società capitalistiche è abbastanza chiaro per cosa lavorare o produrre: i beni di consumo (presenti in abbondanza). Non altrettanto chiaro è per chi. Infatti essi non sono a disposizione di tutti. Il prezzo dei beni (e i salari) discrimina chi può o non può accedere al loro uso e consumo.

In esse una contrapposizione si determina tra chi esprime bisogni primari e chi bisogni evoluti. Una fabbrica può soddisfare bisogni primari come il lavoro ma può andare contro chi esprime il bisogno di un’ambiente non inquinato.

Contrapposizione si determina tra competitività, motore di sviluppo, di abbondanza ed efficienza ed equità sociale. Contrapposizione si determina tra gli stimoli alla creazione propri della competitività e i processi di formazione di desideri, bisogni collettivi, modelli identitari. Si pensi alle mode, al prevalere di valori collettivi o egemoni legati ai sistemi di comunicazione di massa in legame funzionale diretto col sistema delle produzioni e la loro influenza sui processi di cambiamento culturale nelle società.

Una nuova “utopia” può identificarsi con una società in cui è molto più chiaro per chi produrre, cosa produrre, perché produrre, come produrre. Una società in cui il meccanismo della formazione dei bisogni e desideri non è vincolato né a ideologie né asservito a ragioni economiche che producono feticismo o alienazione.

Può la sinistra oggi farsi interprete di questa “utopia”? Quali modelli culturali è capace di elaborare per superare la contrapposizione tra bisogni primari e bisogni evoluti, tra garantiti e non garantiti, tra esigenza di libertà ed equità sociale, in generale, che garantiscano uno sviluppo armonioso con l’ambiente, della relazione di co-evoluzione uomo-natura e della sua attualizzazione come cultura della modernità?

 

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Donato Lamacchia
Donato Lamacchia
Attivista nel PCI all'epoca di esistenza di quel partito, interessato al dibattito sull'evoluzione della sinistra nell'era dei cambiamenti digitali.

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