Quotidiano on-line ®

28.6 C
Rome
lunedì, Agosto 15, 2022

Stati Uniti ed Europa: due identità a confronto

Stati Uniti ed Europa seguono da secoli strade diverse, alle volte unite e spesso contrastanti. La diversità si vede soprattutto nell’immaginario collettivo dei due continenti.

Stati Uniti ed Europa, le due identità

Cristoforo Colombo è stato, per oltre un secolo, celebrato come esploratore intraprendente, un eroe grazie al quale inizia la storia americana.

Da un paio di decenni però, si precisa che in realtà aveva scoperto solo le Bahamas e Haiti (in seguito parti del Sud America), e inoltre che le Americhe erano già state scoperte molti secoli prima da popolazioni provenienti dall’Asia.

Più che un eroe, Colombo è stato responsabile della morte e della schiavizzazione degli indigeni delle isole conquistate. I fatti non sono cambiati, ma cambiata è la Storia, il racconto, della scoperta dell’America, e soprattutto dei Nativi Americani.

I neri negli Stati Uniti, a loro volta, con le manifestazioni per i diritti civili, con i sit-in e l’emergere di una scoperta della propria storia, stanno riconoscendo che il loro essere subalterni e considerati pigri era in realtà una forma di resistenza passiva degli schiavi.

Dopo l’emancipazione chiedevano di essere chiamati “colored” e per un po’ si è preferito il termine “negro”. Con l’avvento del Black Pride (orgoglio nero), se i discendenti degli europei si definivano “bianchi”, loro diventarono orgogliosi di chiamarsi “black” e alcuni adottarono il termine “Afro-American”, evitando riferimento al colore della pelle.

Anche qui, non sono cambiati i fatti storici, ma è cambiata la loro Storia. Meno conosciute sono le lotte degli indiani americani per far riconoscere i loro diritti. La loro Storia purtroppo è stata sepolta e cancellata in gran parte con le loro popolazioni, le loro lingue e il loro passato.

La Storia nella quale noi siamo inseriti, ci definisce e al contempo la interpretiamo. Come la lingua, in cui ogni individuo è calato ma che poi esterna con le sue specificità, così la Storia, che intrecciamo con il nostro racconto personale, il nostro vissuto è il sottofondo in cui è calato il progetto comune. Nella storia moderna il progetto si chiama Nazione, ma può essere la città, lo Stato, il Paese, secondo la cultura alla quale sentiamo di appartenere.

La retorica del potere dominante ci fornisce valori e racconti che subentrano nell’immagine collettiva e modella la nostra identità. La Nazione conferma la necessità, anzi l’inevitabilità della sua esistenza, attraverso la sua storia miticizzata. La mitologia che diventa il racconto comune, al quale sentiamo di appartenere.

Questa mitologia non è un processo conscio, ma piuttosto un’espressione spontanea dei valori dominanti. Fornisce il senso che questi valori siano comuni a tutti coloro che appartengono alla Nazione, e quindi ci forniscono la nostra identità.

Quando visitiamo un percorso storico va tenuto conto che la lettura stessa dei fatti (che si possono accertare) presenta molteplici interpretazioni, alcune delle quali possiamo dire sono realtà appropriate che si trasmettono attraverso il sistema educativo, i media, atti ufficiali, quali le leggi e sentenze, e altre forme di comunicazione e attività collettive.

Stati Uniti ed Europa seguono da secoli strade diverse, alle volte unite e spesso contrastanti. La diversità si vede soprattutto nell’immaginario collettivo dei due continenti. Vorrei qui dare una interpretazione di queste due realtà attraverso una prima indagine fenomenologica, non della storia “vera”, ma della Storia vissuta e tramandata. La Storia che definisce e distingue un europeo da uno statunitense.

Un europeo tende a pensare a ogni Paese con la una sua identità ben distinta. Un italiano, per esempio, considera la sua regione di nascita diversa dalle altre, notando distinzioni che sfuggirebbero a un visitatore da oltreoceano.

Pensiamo alle storiche faide che oggi potremmo considerare fratricide, come quelle tra Siena e Firenze, e ci si rende conto di quanto l’attribuire un’identità dipende dalla scala, dalla dimensione del campo che si utilizza per definire un popolo.

Guardando l’Europa nel suo insieme, i suoi Paesi hanno ovviamente più in comune fra di loro che con la Cina o qualche altro Paese asiatico. Popoli questi, di cui raramente un europeo conosce la letteratura, i costumi o le mitologie e rispetto ai quali sente una diversità “ovvia”. Si tende, invece, a non valutare quanto sia enorme la differenza fra gli Stati Uniti e l’Europa.

Per molti, la conoscenza degli Stati Uniti è superficiale, date ed eventi, e poco approfondita, specialmente riguardo alle sue radici sociologiche e antropologiche.

Un primo sguardo all’aspetto fisico può suggerirci quanto ci sia qualcosa di profondamente diverso fra l’Europa e gli Stati Uniti. Simone de Beauvoir, dopo il suo primo viaggio a New York, ha osservato:

“L’histoire humaine ne s’est pas inscrite sur ces buildings à l’équilibre savamment calculé : ils sont plus proches des cavernes préhistoriques que les maisons de Paris ou de Rome. À Paris, à Rome, l’histoire s’est infiltrée dans les entrailles du sol ; Paris s’étend en profondeur jusqu’au centre de la terre. La Batterie de New York n’a pas poussé de si lointaines racines. Sous les métros, les égouts et les conduites de chaleur, le roc est vierge et inhumain.” (1)

Ma non è solo nell’aspetto fisico che si può notare una differenza. Più recentemente, Umberto Eco, in un’intervista (2), aveva espresso qualcosa di simile.

«Mi sono sempre sentito, sì, europeo, nel senso che parlo e scrivo in almeno tre lingue, viaggio… Ma la sensazione di essere veramente europeo l’ho sentita ogni volta che sono stato oltreoceano, dove magari si passava una serata con colleghi americani, eccetera, ma c’era poi lì un francese, un finlandese, quello che volete voi… e verso mezzanotte, si riusciva a parlare meglio con il finlandese che con l’americano. Ci si trovava di casa. In quel momento, lì si capiva cosa voleva dire essere europei. Per infinite ragioni, ma ce ne rendiamo conto solo quando siamo da un’altra parte. »

La differenza fra gli Stati Uniti e l’Europa c’è ed è palpabile. Alla base, c’è il fatto che gli Stati Uniti sono un Paese vecchio, ma nella coscienza collettiva del proprio passato non va molto oltre la sua fondazione. Paesi europei, invece, come l’Italia, la Francia, e la Germania sono nazioni giovani, ma nel loro insieme, come continente, come popoli, hanno una coscienza collettiva molto antica. Una storia che ha coinvolto tutti i Paesi europei, fatta di invasioni, incursioni, annessioni e sottomissioni che ha mescolato gli antenati di tutti i popoli. Non c’è alcuna “razza” o “stirpe” pura (con buona pace dei populisti, nazionalisti e suprematisti).

Le culture diverse hanno avuto prestiti e appropriazioni continue. Come scrisse Shakespeare:

“My peace we will begin. And, Caius Lucius,
Although the victor, we submit to Caesar,
And to the Roman empire;

Set we forward: let
A Roman and a British ensign wave
Friendly together…” (3)

Le nascite degli Stati-nazione erano state incubate nelle civiltà precedenti, e le loro costituzioni rispecchiano dibattiti e interessi millenari.

Le loro lingue, per la maggior parte, sono rami dello stesso ceppo, e si influenzano a vicenda, dal latino, al francese. Senza essere anacronistici, ricordiamo che perfino Dante, con tutte le dovute differenze, aveva avuto la visione di un’Europa unita e laica. (4)

L’Europa è vecchia e i suoi antichi sistemi politici sono diventati ideali per nostalgici di regimi immaginari, di una Grecia e Roma di letture classiche. Gli Stati Uniti sono invece, forse, all’apice della loro potenza. L’Europa ha sperimentato totalitarismi, dittature e fascismi.

Le rivoluzioni hanno sollevato dubbi sulle diverse visioni di libertà e di governo e hanno fatto emergere nuove ipotesi. Chi segue la storia sa però che il pericolo di nuovi regimi totalitari non è mai definitivamente scomparso. Osserviamo, proprio in questi giorni, come diverse correnti politiche nel mondo aspirino a un potere totalitario.

La figura dell’uomo forte, del capo armato che conduce i suoi fedeli all’eliminazione dei deboli e dei traditori, per affrontare battaglie e sconfiggere i nemici che vogliono sovvertire un’immaginaria purezza politica o genetica, attrae coloro che credono che la propria identità sia una cosa che viene data dall’esterno, una bandiera e un duce, e non qualcosa che ognuno deve costruire da sé.

I cittadini degli Stati Uniti sono tanti e sono armati. Sono convinti di essere i più democratici, i più fortunati del mondo, ed espongono la bandiera “a stella e strisce” davanti casa e alle volte (non cogliendo la contraddizione) insieme a quella sudista (5). Credono, la maggior parte, nel sogno americano, “the American dream“, cioè, che il successo e la ricchezza siano alla portata di tutti (6).

Basta lavorare sodo e desiderare il successo intensamente. La maggioranza è convinta che essere povero non è questione di classe, di sfortuna, di ambiente, o di congiunture economiche. I manuali di “self-help” assicurano che la colpa è di non volere realmente realizzarsi o di non essersi sforzati abbastanza.

Molti, ma in particolare i repubblicani, si oppongono, per questo motivo, al servizio medico statale. Si dichiarano contrari a pagare per gli infortuni e spese mediche degli altri e contrari al “welfare” perché “rende pigro chi ne usufruisce”. Molti sono quindi costretti ad assicurarsi con enti privati. Il famoso cosiddetto Obama care è stato un contrastato tentativo di porre parziale rimedio alla diseguaglianza nell’ottenere cure mediche.

I temi che stanno più a cuore nei dibattiti politici sono le armi e il libero mercato. Convinti, molti, che il mercato libero voglia dire avere tutti pari opportunità ma senza ingerenze del governo – salvo il dovere di salvare i colossi nei momenti di crisi, e di salvaguardare i “diritti” degli azionisti.

La maggior parte della popolazione non fa vacanze all’estero. I viaggiatori sono per lo più i giovani delle grandi città. È pur vero che gli Stati Uniti vantano enormi parchi, riserve naturali e luoghi d’attrazione. Ma il risultato è una involuzione culturale. La maggioranza della popolazione è convinta di avere libertà assoluta, l’economia più prospera (ed equa) e la più alta civiltà (7) del mondo. In molte scuole si recita il giuramento di fedeltà alla bandiera, con la mano destra sul petto (8).

Alle lezioni di storia al liceo (high school) ci insegnavano che il razzismo era stato sconfitto dopo la fine del 1800. C’è chi dice che sia ora di finirla con il “vittimismo” dei neri, e che il razzismo non sia affatto un problema sociale (tutt’al più psicologico). In diversi stati si sta legiferando per impedire lo studio delle etnicità (ethnic studies) e della Critical Race Theory, lo studio del razzismo sistemico.

Il movimento BLM e woke sono l’ennesimo tentativo di porre fine ad un sistema di diseguaglianze strutturali. L’America è una nazione bipartitica, dove la politica è l’incarnazione del tertium non datur ed è vietato rilevare le ingiustizie.

Lo slogan contro chi chiede riforme, specialmente del sistema politico, è “My country, love it or leave it”. A dispetto delle statistiche, i più sono convinti che il Paese sia ricco, che offre infinite possibilità, basta tirarsi su da soli (pull yourself up by your bootstraps), che il Paese sia un esempio per tutto il mondo, e che la sua storia sia una di benevolenza e altruismo e il suo destino soggetto alla volontà divina nella dottrina del diciannovesimo secolo della sua manifest destiny.

Termine, questo, pronunciato per la prima volta nella guerra d’invasione e annessione di territori messicani.

Ma torniamo un po’ indietro e per ordine.

Per descrivere una cultura serve capire il suo percorso storico, la sua geografia, le popolazioni che gli appartengono, la loro economia e i loro flussi e movimenti. Ricordiamo che una cultura è non solo dinamica, continuamente rimodellandosi, ma è anche, o proprio, perché composta da culture interne in tensione e in contraddizione.

Seguiamo per grandi linee come la storia degli U.S.A. abbia prodotto un Paese che pur avendo origini anche europee abbia sviluppato una coscienza collettiva storica ben diversa da quella europea, come possiamo vedere decostruendo il modo in cui l’americano medio acquisisce la storia degli Stai Uniti a scuola.

La storia d’Europa scompare dai libri dopo il capitolo sulla “scoperta” dell’America nel 1492. Non si parla delle crudeltà spagnole per schiavizzare gli indigeni, come tagliare le mani a chi non raggiungeva la quota d’oro imposta, né si nomina il fratello di Cristoforo Colombo che era talmente atroce da fare inorridire perfino le autorità spagnole.

Il continente americano faceva gola a vari Paesi europei, in particolare la Spagna, l’Inghilterra e la Francia. All’inizio le sue ricchezze sembravano essere limitate ai terreni fertili e risorse naturali, legno, pellicce e poco altro. Era una terra “vergine” anche se tutta da conquistare (dagli indigeni).

Fin dall’inizio gli insediamenti europei sono entrati in conflitto con gli abitanti originari. Un conflitto spesso armato, ogni tanto in una tregua instabile, e raramente una convivenza pacifica. Ben presto i colonizzatori impararono a sfruttare le divergenze, esasperandole, fra le varie nazioni indiane.

Pur essendo numericamente superiori e in terra propria il disequilibrio era a favore degli invasori: meglio armati, e, provenendo da Paesi più popolati, immuni alle malattie che esportavano.

Si cercò d’imporre tariffe agli indiani, così che fossero obbligati a lavorare ottenere il denaro. Ma ben presto i tentativi di catturare questa manodopera forzata (cioè, schiavi) si mostrò difficilissimo. Si scoprirono ben presto i vantaggi di usare schiavi strappati dalle loro terre, le loro famiglie, e le loro lingue.

Catturate in Africa, vendute, e ammassate nelle navi negriere, chiamate Guineamen, le vittime, spaesate (nel senso etimologico della parola) se sopravvivevano al viaggio transatlantico venivano rivenduti. In molte scuole, specialmente quelle private, non si insegna questo. Tre testi scolastici molto diffusi nelle scuole cristiane insegnano che i neri erano “immigrati”.

A scuola però si imparano le vicissitudini delle colonie. Quelle spagnole si insediano prevalentemente nel sud (attualmente Messico e il sudovest degli Stati Uniti) e quelle francesi a nord (e anche dov’è attualmente Louisiana). La Francia e la Spagna rivendicarono diversi territori a ovest delle tredici colonie inglesi. Quest’ultime incominciano a produrre ricchezza.

Con le piantagioni di tabacco nel sud, presto affiancate dalla produzione del cotone e con le industrie del nord, grazie anche ai molti fiumi, gli ex-europei si sentono sempre più a casa loro. L’economia del sud cresce enormemente, impensabile senza schiavi, richiede sempre più manodopera a basso costo.

Gli inglesi più ricchi, specialmente nelle colonie chiamate New England, si sentono un Paese alla pari e concorrente rispetto alla patria d’origine di molti, l’Inghilterra. Si danno una costituzione. Molti dei padri fondatori, i Founding Fathers, ammiravano la Grecia antica, e forse non a caso la costituzione rispecchia quella di Atene, una società basata sulla schiavitù e governata da pochi eletti (9).

Si potrebbe obiettare che la Costituzione era ispirata agli stessi ideali dell’Illuminismo, come poi la rivoluzione francese. Piccole differenze fra i diritti enunciati nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti (4 Luglio, 1774) e la Déclaration des droits de l’Homme (1789), ma che sarebbero state significative in seguito.

Appena le colonie britanniche incominciarono a produrre surplus, quindi tassabili, i più benestanti, come spesso avviene nella storia, intravidero vantaggi in una propria autonomia, e quindi rivendicarono maggiori diritti. Sono risusciti a portare dalla propria parte anche altre classi, come gli artigiani e commercianti.

La guerra d’indipendenza viene oggi dipinta come una rivolta popolare contro i soprusi di un re inglese esigente e poco interessato alle sorti dei colonialisti. A ben indagare ci si accorge che, primo, molti coloni, specialmente i più poveri, erano totalmente indifferenti a chi li governasse e, secondo, molti si consideravano ancora leali sudditi di sua maestà.

Con l’aiuto dei francesi, le colonie riuscirono a sconfiggere gli inglesi e a dichiararsi un nazione con una costituzione. Ora liberi di importare schiavi (cosa che l’Inghilterra presto avrebbe abolito) e di estirpare gli indiani come fosse un erba autoctona, per piantare quella europea.

L’economia prospera grazie alle risorse naturali. Ma evolve in due direzioni diverse. Il Nord, grazie ai fiumi, le foreste e il carbone, favorisce lo sviluppo della rivoluzione industriale. Nel Sud, grazie alla mano d’opera a basso costo (una volta comprata, c’è solo il costo di alloggio e un minimo di cibo, con il vantaggio che si riproduce e i frutti della riproduzione sono gratis) ed a un terreno ottimo per il tabacco e, soprattutto, per il cotone si sviluppano ben presto le grandi piantagioni.

Questa nuova nazione, uno dei primi Stati-nazione repubblicani, senza retaggio politico monarchico, senza storia, diventa il modello di una nuova politica. Governa con il consenso ottenuto da chi è abilitato a votare ed esprimersi. La classe politica incarna la visione laica e capitalista emergente, specialmente nel nord. Mentre gli stati del sud, politicamente arretrati, hanno bisogno sempre più di terra per espandere la produzione.

Tuttavia, nel primo secolo della nuova nazione, l’Inghilterra era vista come il centro culturale da emulare. Le famiglie benestanti, sia del nord che del sud, mandano spesso i propri figli a perfezionare la loro educazione a Londra. Per ora, le classi colte potevano ancora considerarsi europei, o almeno, inglesi.

Ma per chi era fuggito dalla povertà, dalle discriminazioni, per lo più religiose, l’Europa era solo un ricordo nebuloso. Un continente straniero, come l’Asia o l’Africa, con poca attinenza con la vita di tutti i giorni.

Con l’acquisto di “nuovi” territori, la Lousiana, comprata dai francesi, o il Texas, conquistato dal Messico con le armi, accende i sogni del Sud di un’espansione del loro modello economico e delle piantagioni. Si insegna che la guerra contro il Messico fu una guerra di liberazione e una naturale espansione verso territori selvaggi, da espropriare.

Come la battaglia di Alamo, glorificata in un film di Walt Disney, la storia e le guerre espansionistiche degli Stati Uniti sono state riviste. Il continuo massacro di popolazioni indigene, e annessione di territori messicani non hanno portato alcuna cultura, ma hanno semplicemente alimentato una visione di essere un popolo coraggioso capace di sottomettere una natura selvaggia e di addomesticarla – con i cowboy.

Gli Stati Uniti nascono come Stato-nazione con una identità definita e i suoi stati membri, le tredici colonie originali incluse, diventano subalterni e poco significativi, salvo poi essere invocati per distanziarsi dal governo federale di tanto in tanto.

Perfino le eccezionalità vengono offuscate dalla immagine della federazione come super-partes. Basta pensare al Michigan, uno dei primi stati (nel mondo) ad aver abolito la pena di morte, eppure se pensiamo agli Stati Uniti nel suo insieme, essi vengono identificati come una nazione dove la pena di morte vige tutt’ora.

La costruzione tortuosa dell’identità statunitense ha rischiato di frantumarsi, di spaccarsi in due, in visioni tutt’ora non completamente rimarginate quando si consolidarono due visioni, una del Nord (gli Yankees) e l’altra del sud (il Dixie).

Questo conflitto, che è poi frutto di interpretazioni opposte non solo giuridiche e politiche ma anche, più profondamente, filosofiche, portò alla guerra civile. Il nord ne esce vittorioso, non senza un costo elevato di vite umane.

La sconfitta porta ad un collasso all’economia del sud. I terreni del cotone non sono più redditizi senza una mano d’opera schiavizzata. Le piantagioni si sgretolano. Si guarda all’allevamento di bestiame come sostituto: pecore ma sopratutto bovini.

Venuta meno la supremazia dei negrieri, il conflitto fra ex-padroni ed ex-schiavi diventa più aspra. Le promesse di aiutare i neri, ora liberi cittadini, ad integrasi nella società con il piano di “Reconstruction” voluta da Lincoln, vengono volutamente abbandonate dopo il suo assassinio.

Le nuove leggi emanate nel sud, chiamate Jim Crow laws, creano un’apartheid in tutto fuorché il nome. I neri si trovano privati di tutto, proprietà e dignità. Quelli che potevano fuggivano, o al nord, come mano d’opera o a ovest, come vaccari. Nei film western i cowboy sono sempre bianchi, nella realtà un quinto erano neri. Questa realtà, come molte altre, è quasi completamente assente dai libri scolastici, i fumetti e la letteratura popolare.

Negli anni della guerra e nel periodo che segue, gli Stati Uniti subiscono una specie di implosione culturale dal quale però sono emersi scrittori come Mark Twain10 e poeti come Emily Dickinson e Walt Whitman. (11) Nella musica l’appropriazione della musica Afroamericana nel jazz e i blues hanno contribuito alla nuova identità urbana.

Diventa addirittura un polo di attrazione per gli intellettuali in tutto il mondo. Gli Stati Uniti incominciano a costruirsi una identità che non dipende più dall’Inghilterra, al punto che alcuni, pensano si debba considerare l’Americano come una lingua a sé, distinta dall’inglese. (12)

Si esalta la sua storia, la sua nascita attorno la figura eroica di George Washington, il mito dei pionieri, e i valori di praticità, individualismo e ottimismo. Il Presidente James Monroe nel 1832 in un suo discorso, espose la Monroe Doctrine dove sosteneva che le Americhe fossero di esclusivo interesse degli Stati Uniti, e altri paesi, come la Spagna o l’Inghilterra, non dovevano intromettersi .

Gli spazi “aperti” (cioè la continua decimazione degli indiani) del West e nell’immagine di una espansione illimitata emerge la convinzione che fosse un Paese destinato, anzi obbligato, a estendere il suo potere globalmente: nella coscienza collettiva si diffonde la loro “manifest destiny”.

Il “West” era diventato emblematico nell’immagine collettiva di una coscienza che si stava costruendo. Intanto che i grandi industriali del nord accumulavano beni e controllo, la mano d’opera, come classe, era disponibile a basso costo. Frantumata dall’immigrazione dall’Europa e dalla Cina e l’influsso dei neri dal sud. Gli operai bianchi temevano che, prima gli italiani, poi gli irlandesi, gli portassero via il lavoro, e quest’ultimi consideravano i neri concorrenza.

Non sfuggono ai grandi industriali del nord le occasioni per crescere. Accumulano beni e prendono il controllo dell’economia. Fino alla prima guerra mondiale gli Stati Uniti osteggiano indifferenza verso sviluppi nel mondo esterno in una economia sempre più forte e capitalista. La mano d’opera come classe è divisa con l’arrivo dei neri dal sud e immigrati europei: irlandesi, svedesi e italiani.

L’industria si concentrava sempre di più nelle mani di pochi, come i Carnegie, i Mellon e i Rockefeller. Alle corporazioni venne garantito gli stessi privilegi e diritti di persone giuridiche, d’individui, grazie alla interpretazione del 14o Emendamento della Costituzione (ratificato nel 1868) data dalla Corte Suprema.

L’emendamento era inteso per estendere i diritti civili degli ex-schiavi e per riconoscerli come persone a pieno diritto poiché la Costituzione originalmente li considerava solo 3/5 di una persona. In una serie di casi legali. Nel 1809 i diritti delle corporazioni erano già espanse con una sentenza a favore della Banca degli Stati Uniti (dando alle corporazioni il diritto d’intendere cause), ma una serie di casi a partire dal 1886 la Corte Suprema stabilì che i diritti garantiti dall’emendamento tutelavano pienamente anche le corporazioni. (13)

C’erano tentativi di costituire organizzazioni operaie, talvolta con sentimenti internazionali, come gli anarchici italiani o anarchici ebrei. L’emergere dei sindacati all’inizio era stato usato come strumento per schiacciare le piccole industrie non in grado d’implementare le rivendicazioni e rimanere concorrenziali con quelle grandi.

Ma quando i sindacati rischiavano di diventare troppo potenti, di sfociare veramente in una lotta di classe, governo e industriali ebbero ricorso a feroci soppressioni.

Basta ricordare solo alcuni dei conflitti a fuoco fra governo e operai, la tragedia di Bay View (1886), lo sciopero dei Pullman (1894), sciopero dell’industria tessile e il conflitto armato dei lavoratori del legno (1912), il “massacro di Ludlow” (1914) e il “massacro di Everett” (1916), oppure l’impiccagione dei Molly Maguires, di Joe Hill, di Sacco e Vanzetti (quasi una sfida all’opinione internazionale che chiedeva la loro liberazione) e altri organizzatori sindacali e attivisti politici.

L’indifferenza verso il mondo esterno in realtà era vera solo in quanto non toccava i loro interessi. Gli Stati Uniti sono stati sempre pronti ad entrare in guerre quando gli sembrava opportuno. Basta guardare una lista delle guerre in cui hanno partecipato dal 1800.

La storia degli Stati Uniti si presenta, specialmente nelle scuole, come un mito di origine, i “founding fathers”, padri fondatori visti come gli eroi iniziali che portano sulla terra libertà e democrazia (freedom, democracy), come fece Prometeo con il fuoco.

Si presenta come Paese detentore di questi valori e del progresso. Qualunque politica non allineata con la loro non è democratica per definizione (14). Le parole socialismo, o peggio, comunismo sono tabù.

Non sfugge a questa ricostruzione il ruolo delle religioni. Lontana dai centri religiosi tradizionali molte comunità del sud e dell’ovest dipendevano dai predicatori. Nascono così le sette evangeliche.

Per attirare convertiti predicavano “fire and brimstone”, le dannazioni dell’inferno, e un Dio vendicativo basato molto sul Vecchio Testamento. Varie sette confluirono in questa visione “teologica”. Questa visione “fondamentalista” insieme alla mancanza, nelle piccole cittadine, di rappresentanti dell’autorità, fece sì che spesso fecero giustizia da se.

Un risultato è che il linciaggio divenne molto comune negli stati del sud dal 1877 fino agli anni 50. Se analizziamo le mappe di dove avvenivano più spesso e le comunità prevalentemente evangeliche vediamo una forte correlazione. E interessante, se andiamo in dettaglio vediamo che le contee di maggioranza Messicana, quindi Cattolica, sono quasi assenti atti di linciaggio.

Da quando l’istituto di Tuskegee (ora università) ha incominciato a registrare il numero di linciaggi ne ha contati 3,446 neri. Spesso erano neri presi a caso. Spesso di domenica, le famiglie si portavano da mangiare per godere lo spettacolo e alcuni si prendevano pezzi di ossa come ricordo.

Ma non venivano linciati solo i neri. Il 14 Marzo, 1891, a New Orleans, undici uomini furono linciati per il solo fatto di essere italiani o di origine italiana. Leggi anti-linciaggio furono introdotte all’inizio del 1900 ma sempre sconfitte. La legge che rende il linciaggio un reato federale è stata approvata solo nel Marzo, 2022. Quest’anno!

Le tante culture subalterne negli Stati Uniti, che contrastano con la visione di un Paese unito, democratico e giusto, insieme, a loro volta, con le spaccature interne di esse, hanno creato un mosaico di valori che sono negli ultimi decenni diventati sempre più conflittuali.

Se gli Stati Uniti si possono definire una democrazia comunque rischia di non continuare ad esserlo per molto. Stiamo ora assistendo al processo per cui in una democrazia le contraddizioni intrinseche diventano causa della propria fine: quando si confonde il populismo per valori patriottici, quando si confonde il diritto a possedere armi per libertà, quando si è costretto a scegliere fra due sole “verità” che si accusano a vicenda di tradire i valori storici e nazionali. In atto ora un attacco ai diritti delle donne con la sistematica criminalizzazione dell’aborto e restrizione dei diritti LGBT e il crescere di libri proibiti nelle scuole.

Questo processo lo analizzeremo nella seconda parte.

Stai Uniti ed Europa

Note

1 Simone de Beauvoir, L’Amérique au jour le jour, 1947, Gallimard, 1954

2 Eco, “Proust e l’identità europea”, https://www.youtube.com/watch?v=Ce2g_M7_A44

3 Shakespeare, “Cymbeline”, Act 5

4 Dante, Monarchia, XIII.1, e Epistola V.

5Sono molti oggi a ricordare che gli Stati secessionisti erano nemici dell’unione e furono sconfitti.

6Da recenti sondaggi, ne è ancora convinto il 70%, anche se la percentuale è diminuita recentemente.

7C’è chi crede per esempio che Gesù parlasse l’inglese perché la Bibbia che possiedono è in inglese.

8Il giuramento ha una storia interessante. Alla sua forma iniziale di semplice giuramento alla repubblica è stato aggiunto “degli Stati Uniti” e in seguito le parole “dinanzi a Dio”. La Corte Suprema aveva dichiarato che non si può obbligare i bambini a recitarla, ma non sembra aver diminuito l’uso e continuano le controversie legali alle imposizioni nelle scuole di recitarla.

9L’Articolo 9, Sez. 1 della Costituzione dichiara che non si potrà limitare l’importazione di schiavi prima del 1808, e Articolo 5 impedisce espressamente il suo emendamento. Articolo 1 Sez. 2 escludi indiani e considera gli afroamericani come 3/5 di persona. Art. 4 Sez. 2 rende illegale l’aiutare schiavi a fuggire dai loro padroni.

10Il suo libro “Tom Sawyer” e ancora di più il libro “Huckleberry Finn” trattano temi tutt’ora controversi, la schiavitù, e il rapporto fra bianchi e neri, e le divergenze fra nord e sud.

11La sua raccolta di poesie tratta esplicitamente la guerra civile e l’identità statunitense che emerge dopo.

12H. L. Mencken pubblica il libro The American Language nel 1919, chiamando la lingua “argot of colored waters”, ispirato proprio da Mark Twain che aveva trascritto il modo di parlare di diverse sotto-culture statunitense.

13“… the Fourteenth Amendment to the Constitution which forbids a state to deny to any person within its jurisdiction the equal protection of the laws applies to these corporations.”, “… il 14o Emendamento alla Costituzione che proibisce ad uno stato di negare a qualunque persona nella sua giurisdizione la uguale protezione delle leggi si applica a queste corporazioni.”

14 Come spiega Chomsky in “Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media”.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL LINK – Kulturjam Shop
kj gadget
Andy De Paoli
Andy De Paoli
Cresciuto negli Stati Uniti, ha studiato filosofia e materie scientifiche. Ora insegna matematica e inglese e scrive (prevalentemente in inglese). Sta ora completando un romanzo e un libro sull'etica.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli