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Il dibattito sulla Russia divide una sinistra che da decenni è strutturalmente allineata all’imperialismo USA. L’accusa di “campismo” serve a coprire una lunga subalternità atlantica e l’abbandono dell’analisi di classe.
La sinistra integrata e il nemico utile: Russia come alibi morale
Nel sottobosco di ciò che resta della sinistra antagonista europea, il dibattito sulla Russia ritorna con la puntualità di una tassa patrimoniale che non verrà mai applicata. Ogni volta si ricomincia da capo: Putin sì o Putin no, imperialismo russo speculare a quello americano, errore tragico del “campismo”.
Un dibattito che ha il pregio della semplicità morale e il difetto di ignorare quarant’anni di storia politica concreta. Il problema, infatti, non è la Russia. Il problema è chi pretende di discuterne fingendo di non sapere da dove veniamo.
L’accusa rivolta a una parte minoritaria della sinistra – quella di indulgere verso Mosca per riflesso antiamericano – funziona come un ottimo detergente ideologico. Lava via una verità scomoda: l’integrazione organica della sinistra occidentale nel dispositivo di potere atlantico. Non una deviazione occasionale, ma una scelta strutturale, reiterata, rivendicata e, infine, interiorizzata.
Quando l’antimperialismo cambiò padrone
C’è stato un tempo in cui la sinistra europea si definiva per opposizione ai blocchi imperiali. Quel tempo è finito senza una dichiarazione ufficiale, ma con una lunga sequenza di atti coerenti. Il punto non è stabilire una data simbolica, bensì riconoscere un processo: la progressiva trasformazione di un campo politico in una componente affidabile dell’ordine occidentale.
Negli anni Ottanta l’anticomunismo “responsabile” divenne virtù. I mujaheddin afghani furono promossi a resistenti, perché utili a dissanguare l’Urss. Poco importava la loro visione del mondo: contava l’obiettivo. Lo stesso schema si ripeté negli anni Novanta, quando la dissoluzione sovietica venne celebrata come liberazione, anche mentre milioni di persone scivolavano sotto la soglia della sopravvivenza. Eltsin, con i carri armati contro il Parlamento, divenne improvvisamente un difensore della democrazia.
Da lì in poi, l’automatismo si consolidò. Ogni intervento occidentale fu raccontato come necessità morale. Ogni destabilizzazione come opportunità. Ogni opposizione interna ai Paesi “non allineati” come voce di libertà, purché parlasse il linguaggio giusto e frequentasse le ambasciate giuste. La sinistra che un tempo parlava di classe iniziò a parlare di governance. Quella che denunciava l’imperialismo iniziò a certificare la legittimità delle sue operazioni.
La Russia come test di sincerità
È dentro questo quadro che va collocata la questione russa. Non come scelta di campo emotiva, ma come cartina di tornasole. Il regime di Putin non è un’utopia, né una democrazia imperfetta in via di maturazione. È un assetto autoritario, costruito sulle macerie di uno Stato smantellato negli anni Novanta sotto supervisione occidentale. Un sistema che ha ristabilito una catena di comando, ridimensionato il potere degli oligarchi più predatori e recuperato il controllo delle risorse strategiche. Non per filantropia, ma per sopravvivenza statale.
Presentare questo assetto come equivalente funzionale all’imperialismo statunitense globale è un esercizio di pigrizia analitica. Gli Stati Uniti proiettano potenza su scala planetaria, impongono sanzioni extraterritoriali, rovesciano governi, definiscono standard politici e militari. La Russia agisce come potenza regionale, difensiva e reattiva, spesso brutalmente, ma senza la capacità – né l’ambizione – di strutturare un ordine mondiale alternativo,piuttosto un indirizzo multipolare che tenga conto della realtà.
Il punto, però, non è assolvere Mosca. È smascherare l’asimmetria del giudizio. Perché chi oggi si indigna per l’autoritarismo russo ha spesso giustificato bombardamenti “umanitari”, invasioni preventive e guerre per procura senza battere ciglio. L’accusa di “campismo” diventa allora un alibi morale: consente di evitare l’autocritica e di continuare a occupare una posizione di rispettabilità all’interno dell’ecosistema mediatico occidentale.
La verità è che una parte significativa della sinistra europea ha smesso da tempo di essere opposizione. È diventata funzione di sistema. E quando una minoranza rifiuta di recitare lo stesso copione, non viene confutata: viene patologizzata. Non si discute ciò che dice, si diagnostica ciò che sarebbe.
Il vero nodo non è scegliere tra Washington e Mosca. È capire perché, da decenni, la scelta è già stata fatta senza mai essere dichiarata. Finché questo dato resterà rimosso, ogni dibattito sulla Russia sarà solo un esercizio di ipocrisia ben vestita.

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