Fabrizio Tavernelli e le Cose sull’orlo: una canzone necessaria

Esistono canzoni spalancate sull’infinito, altre immerse nel quotidiano, alcune intrise di poesia e altre ancora cucite coi nostri nervi, sono le canzoni necessarie, come le Cose sull’orlo cantate da Fabrizio Tavernelli

Fabrizio Tavernelli – Cose sull’Orlo

Le Cose sull’orlo, sono le memorie che si accumulano già ora, oggi, adesso, della nostra presenza su questo pianeta. Cose destinate a sparire come il futuro di questo mondo minacciato dalla naturale propensione distruttiva della nostra specie e dall’indifferenza della natura verso la nostra infinitesimale marginalità universale. Ma sono anche dentro e fuori di noi. Sull’orlo del perimetro che le distanze dei nostri corpi riescono a percepire.

Cose sull’orlo è un’altra canzone necessaria

 

 

L’intervista

Fabrizio Tavernelli, le Cose sull’orlo che canti nel tuo ultimo singolo, sono da salvare o da spingere nel precipizio?

Ogni giorno apprendiamo della estinzione di una specie, sempre più assistiamo inermi e assuefatti alla distruzione del pianeta in cui viviamo, il futuro è sparito dal nostro orizzonte. E’ come se vivessimo in un eterno presente e all’improvviso ci siamo ritrovati a sceneggiare e interpretare un film, una serie, un libro di fantascienza distopica in cui ora è la specie umana ad essere sull’orlo.

Ecco, la prossima specie ad estinguersi potrebbe essere la nostra, in fondo la natura, il mondo ha dimostrato di potere fare a meno di noi. Una dimostrazione sono stati i mesi di lockdown quando animali selvatici, e una flora rigogliosa si sono riappropriati si spazi e luoghi che erano stati invasi dall’uomo.

Ora stiamo vivendo in bilico, precari, su di un precipizio e davvero, qualcuno o qualcosa pare spingerci verso un precipizio (una pandemia? Il riscaldamento globale? Un asteroide? Gli alieni? Una nuova guerra? Gli algoritmi? I robot?) ma in verità siamo noi stessi a cercare morbosamente questo precipizio.

Pensando alle nuove generazioni appare crudele , in fondo spero sempre in un cambio di rotta, una nuova coscienza, una consapevolezza, una possibilità di salvezza, di sopravvivenza ma temo che ormai sia un processo irreversibile. Una corsa verso il baratro che ci coinvolge tutti.

Musicalmente quell’orlo l’hai attraversato avanti e indietro diverse volte nella tua lunga carriera: dai generi, all’approccio anche alla scrittura dei testi. Qual’è il filo che unisce il tuo percorso?

Effettivamente il mio percorso musicale non è mai stato rettilineo, ho preso altre direzioni, ho sterzato, deviato, ho seguito strade parallelle o divergenti. Questo perchè mi ritengo curioso e portato al rischio, forse all’azzardo.

Non credo di avere fatto un disco uguale all’altro e magari ho pure spiazzato i miei ascoltatori. Credo però che l’artista, il musicista, chi si esprime con varie discipline, sia come una spugna che assorbe ciò che lo circonda. Dagli En Manque D’Autre agli AFA, passando per Groove Safari, Duozero, Roots Connection, Ajello, Babel, IRRS, Impresa Gottardo… ho mescolato avanguardia e pop, sperimentazione e canzone d’autore, musica etnica, psichedelia, elettronica, insomma ogni stimolo artistico-musicale.

Il filo comune in questo percorso accidentato è il muovermi comunque all’interno del formato canzone, certo ho fatto esperienze più aperte free-form ma alla fine sono sempre tornato alla griglia di una song.

La canzone diventa quindi un contenitore per rendere popolare la sperimentazione, una canzone che inglobi elementi stranianti, trasposti da altri ambiti, non esclusivamente musicali (il dada, il surrealismo, le avanguardie artistiche) una canzone obliqua, possibilmente intelligente. Per quanto riguarda i testi il filo comune è la lettura del reale secondo altri piani, una trasfigurazione del quotidiano, la creazione di altri mondi e visioni.

Tutto questo è confluito e concentrato nei miei dischi da solista.

La musica oggi ha ancora una funzione sociale?

Avrà sempre una funzione sociale la musica ma si deve confrontare con la società in cui si sviluppa. La musica si adegua all’uso che se ne fa, oppure si ribella quando è costretta a stereotipi e clichè.

Quando la musica è senza anima, cerca di sfuggire, si rinnova in altre parti del mondo. Ecco perchè in questi ultimi anni le musiche più interessanti giungono da altre latitudini. Certo l’aspetto sacrale è andato perso a favore di un consumo edonistico ma vedo che in paesi extra-occidentali le musiche popolari hanno saputo innovarsi grazie alla tecnologia senza perdere anima. Risultano arcaiche e moderne allo stesso tempo.

Un cambiamento antropologico riguarda poi la fruizione della musica, il fatto che è mutato fisicamente il modo di ascoltarla, la soglia di attenzione è minima, pochi secondi e poi si passa al brano successivo. La possibilità di poter accedere a tutto lo scibile musicale sul web ci ha portato a una frammentarietà, un pò come con l’overdose di informazioni, come gli stimoli pervasivi dei social.

Diciamo che sempre più spesso la musica viene imboccata forzosamente. Algoritmi, playlist, visualizzazioni, percorsi obbligati. Certo anche nel web ci sono possibilità di scoperte ma ancora una volta sta alla nostra capacità di esplorare.

La tua musica racconta di questo tempo o racconta qualcosa direttamente a questo tempo, come a volergli ricordare qualcosa?

A volte mi è sembrato di scrivere e descrivere qualcosa di già accaduto, come se parlassi di una catastrofe già avvenuta.

Ci sono immagini che rimangono impresse come fossili nella memoria : le foreste che bruciano, i ghiacciai che si sciolgono, i corpi dei migranti annegati, i bambini negli scenari di guerra, le rivolte nelle città militarizzate, l’economia che riesce a trarre profitto dai disastri ambientali.

Ecco vorrei che queste immagini rimanessero indelebili, fossero scolpite, vorrei che si ricordasse un tempo, il nostro tempo. Temo però che questo tempo ci stia scivolando via dalle mani.

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Sira De Vanna

About Sira De Vanna

Speaker radiofonica, redattrice, storico dell'arte. Caporedattore per Kulturjam.it
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