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domenica 28 Febbraio 2021
Tecnè Dome La Muerte: sempre dalla parte del torto
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Dome La Muerte: sempre dalla parte del torto

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Dome è un’icona del rock italiano che ha fatto del rock’n’roll il suo stile di vita. Attraverso la sua storia nel libro Dalla parte del torto, ripercorriamo le varie scene musicali: hippie, punk, post-punk e rave di cui Domenico Petrosino, in arte Dome La Muerte è stato un indiscusso protagonista. Da qualche mese, per aiutare l’artista toscano in difficoltà per il lockdown, è in atto una petizione su Change.org, in cui si chiede l’applicazione della legge Bacchelli per permettere al chitarrista di usufruire dei contributi vitalizi. Il fatto potrebbe costituire un precedente in Italia per il riconoscimento della musica rock a livello istituzionale.

Dome la Muerte sempre dalla parte del torto

Dome La Muerte, come sta andando la petizione per il vitalizio?

Mancano 180 firme per arrivare a 5000. Il primo step erano 2000 firme che sono state raccolte nel giro di una settimana. Questo è il secondo step. Sto aspettando dei video appelli da mettere nella mia pagina Facebook, da parte di personaggi famosi dell’ambiente musicale. Alcuni me li hanno già mandati. Spero grazie a dei personaggi noti ci si arrivi.

È un pò per aprire una porta e sollevare un polverone sulla scena, che è nella merda in questo periodo. Non abbiamo niente, non abbiamo un sindacato, non abbiamo un contratto nazionale, ma non è una cosa semplice. Il vitalizio lo danno ai poeti, scrittori, attori…

Il lockdown ti ha molto penalizzato perché avevi tanti gruppi coi quali suonavi

Si, per un po’ ho campato coi soldi della Siae. Con quello che ho fatto l’estate scorsa e con un po’ d’aiuto da parte di amici. C’è poco da fare se non posso suonare e fare il disc jockey. Ora mi hanno commissionato della musica per un teatro che fanno alla radio, in cui devo fare delle piccole colonne sonore. Sto facendo dei lavoretti, ma rispetto a quello che facevo prima, faccio poco.

Sto registrando un po’ di cose in studio per i Not Moving e devo fare un disco con gli Exp, ma lo studio è a Livorno e non mi posso muovere dalla provincia quindi il lavoro è bloccato. Per fortuna, quello coi Not Moving è con lo studio a Cascina, nel mio stesso comune. Registro col metronomo in cuffia e poi mando tutta la roba a Piacenza e loro mi rimandano la parte con la batteria e voce, poi faccio fare quella con la chitarra a Piombino vicino Livorno, dalla chitarrista che abita lì.

E’ un casino vederci, facciamo tutto a distanza tipo Rolling Stones! Ultimamente avevamo rincominciato a registrare alla vecchia maniera, tutti nella stessa stanza, in diretta, figurati…Ma bisogna adattarsi, altrimenti non si va avanti!

Hai avuto una vita avventurosa da vero rocker: sesso, droga e rock’n’roll, rifaresti tutto?

Le scelte che ho fatto, le rifarei tutte. Da artista però passo momenti su e giù, momenti in cui sono al settimo cielo e va tutto bene e momenti di solitudine e problemi.

Nel libro dici: ”Io al domani non ho mai pensato, ho sempre vissuto in un eterno presente…”. In un certo modo oggi paghi le conseguenze del tuo modo di pensare senza compromessi.

Io pensavo di morire prima dei trent’anni come tanti musicisti. Quando poi sono arrivato ai 40 e poi ai 50, ho detto: ”Qui bisogna organizzarsi!. E’ chiaro che pago certe scelte radicali, più in là vai con l’età, più è logico che le devi pagare: in periodi in cui non riuscivo a mantenermi, ho sempre fatto dei lavori duri, su quello non ho mai avuto problemi e l’ho sempre vista come un prezzo da pagare per certe le scelte che avevo fatto.

Hai suonato in tante band ed ogni giorno sforni un nuovo progetto musicale. Ma qual è il gruppo a cui sei più legato?

Guarda è come se mi chiedi se vuoi più bene a babbo o mamma…(ride. n.d.r.). E’ una scelta un pò difficile, tutte le mie band avevano il loro background, il periodo in cui sono nate, i movimenti artistici e culturali che avevano dietro.

Ogni band ha la sua storia. Gli Upper Jaw Mask, sono stati il punto di partenza. I CCM(Cheetan Crome Motherfuckers), sono stati la mia adolescenza, insieme abbiamo creato qualcosa che è rimasto, che ha avuto successo anche oltre oceano con tutta la scena italiana hard-core punk: Raw Power e Negazione. Era una scena in contemporanea con tutto il resto del mondo, con la propria connotazione stilistica, il proprio marchio.

Non era una copia, come tanti altri movimenti o generi che sono arrivati in Italia 3-4 anni dopo che erano già in America. Poi ci sono stati i Not Moving e appena sciolta l’ultima formazione, ci sono stati gli Hush che erano una band stoner quando lo stoner non andava di moda. A seguire i Diggers, un gruppo a cui sono particolarmente affezionato, perché è stato tutto il sunto di tutto il rock’n’roll che avevo vissuto nella vita e nella musica; ci ho messo tutto: garage, punk e tutte le esperienze musicali che avevo avuto prima.

Dome la Muerte sempre dalla parte del torto
domelamuerte and the diggers

L’ultimo disco che ho fatto uscire, quello con gli Exp, ce l’avevo in testa dai tempi dei Not Moving: l’idea era di fare una band alla Spaghetti Western. C’erano già dei riferimenti a quelle sonorità all’interno dei Not Moving e anche il mio disco solista che feci una decina di anni fa, a cui sono molto affezionato, aveva delle atmosfere acustiche strumentali molto intime, alla spaghetti western.

Se tu fossi nato in America o in Inghilterra saresti stato sicuramente una rockstar, eppure non hai mai pensato di trasferisti all’estero. Ti sei sentito penalizzato per essere nato in Italia. Hai qualche rimpianto?

Sicuramente per certi versi sì, per le possibilità che avrei potuto avere, dato che la scena musicale estera era molto forte negli anni’80 e ’90. Nonostante quella italiana fosse una bella scena, a partire dalle etichette alle agenzie, c’era tutta una struttura in piccolo che poteva esserci anche nel main stream.

C’era tanta gente che lavorava bene intorno alla scena indipendente anche in Italia, ma sicuramente all’estero c’erano più possibilità. Mi sarebbe piaciuto andare all’estero, ma non in una grande città italiana, no, quello non mi ha mai attratto. Sono legato alla provincia, vengo da Pisa che è un po’ ‘la vendetta della provincia’.

Li è nato uno dei primi locali punk italiani il Victor Charlie, ma prima ancora, negli anni ’70, c’era una grossa scena hippie sia musicale che politica. Perciò, quando ero in tour mi faceva piacere stare nelle grandi città, ma poi volevo tornare all’ovile. Inizialmente sarei voluto andare ad abitare a Londra o Berlino, ma la mia ex-moglie Daniela non aveva voluto.

dome la muerte

Il tuo nome d’arte che risale ai tempi dei CCM, è dovuto alla tua magrezza?

Si risale tra il periodo dei CCM e Not Moving. Mi davano sempre nomi per prendermi in giro per il mio aspetto fisico allampanato, secco e lungo. Quando ero più piccino la magrezza era ancora più accentuata, ero lungo come ora ma molto più secco. Quando venne fuori il nome Dome la Muerte, pensai :” lo userò come un riscatto!”.

Il più bel concerto in cui hai suonato?

Uno degli ultimi che abbiamo fatto insieme con i CCM a Bologna, nell’84. Ricordo che venne a vederci anche Giuseppe Codeluppi, dei Raw Power, che purtroppo non c’è più. Con i Not Moving ce ne sono stati tanti belli, tra l’Italia e la Germania. Sicuramente uno dei più emozionanti è stata la prima sera a Torino, quando abbiamo suonato come spalla di Johnny Thunders, lui era uno dei miei idoli in assoluto.

Hai conosciuto delle leggende del rock sul viale del tramonto, mi riferisco a Johnny Thunders e Nico. Che ricordi hai di loro?

Ho dei ricordi molto teneri. Erano due personaggi che avevano una barriera difensiva ed un modo di fare un pò spaccone, invece quando li ho conosciuti erano persone bisognose di affetto e sicurezze. Avevano bisogno di essere rassicurati. Mi piaceva tanto un disco acustico di Johnny Thunders, quando glielo dissi, si alzò dalla sedia e mi abbracciò. Ai fan quel disco non era piaciuto, ma per me quello era il suo album migliore.

Lo stivale è marcio ancora? Storia di un libro cult

Alcuni dei tuoi vestiti più belli, erano fatti a mano artigianalmente, da tua madre e tua sorella, il “look” è sempre stato importante per te?

Io gli davo le direttive e a volte gli trovavo anche gli accessori da incastonare. E’ una cosa che ti viene da dentro, ti ci devi sentire. Io sono sempre andato in giro vestito per strada come sul palco. Fin da piccolo sono stato sempre attratto dall’estetica delle band ed il look è sempre stato importante per me. Ora lo è meno. Quando ero giovane era un modo per far parte di una tribù, di una scena, era molto importante essere riconoscibile.

Hai detto che anni addietro ti avevano proposto di scrivere un’autobiografia, ma tu hai risposto: “I libri li fanno i reduci!”. Come mai hai cambiato idea?

L’idea me l’ha fatta cambiare Pablito el Drito (Pablo Pistolesi) di Milano, con cui ho un’amicizia che dura da più di 20 anni. Ha abitato anche a Pisa, perciò ci siamo frequentati tanto. Quando c’era il lockdown mi ha chiamato e mi ha detto: “Guarda che c’è da stare due mesi a casa , c’è da impazzire, che ne dici se ti intervisto tutti i giorni a casa dalle 3 alle 4 per un mese?

Ti faccio delle domande, le registro, poi te le rimando, tu le correggi e così abbiamo fatto.” Un giorno se ne esce fuori col titolo: “Dalla parte del torto”… a quel punto non potevo proprio più dirgli di no!

Lui lavora per L’Agenzia X ed ha scritto 3 libri sulla scena Rave illegale. Pablito ha 47 anni ed è sempre stato l’anello di congiunzione tra la vecchia scena e quella nuova. Era un fan dell’Hard Core, eppure non ha vissuto in pieno quella scena, inoltre, era amico di Matteo Guernaccia che viene dagli anni ’70 e conosce tutte le storie della beat generation. E’ stato uno degli esponenti della scena rave e anch’io verso la fine degli anni’ 90 ho cominciato a fare il Dee Jay e a seguire quella scena lì.

Ho rivisto nella scena rave tante cose che credevo perdute, la trance collettiva che era come ritrovarsi ai Free Festival degli anni ’70 con migliaia di persone in maniera pacifica. L’autobiografia proprio non mi interessava, ma attraverso la mia storia, volevo ripercorrere la storia dei movimenti musicali italiani, dagli anni ’70 alla scena elettronica.

Lo stivale è marcio ancora Storia di un libro cult

 

Hai vissuto tutti questi movimenti, anche la scena “rave”, parlamene…

Negli anni ’90 facevo il disc-jockey a tempio pieno, in estate arrivavo a fare 4-5 a volte 6 serate a settimana. Ho vissuto tutta la nascita della scena elettronica musicale degli anni ’90 e poi, quando ho conosciuto quella illegale con le feste nei boschi, sono rimasto folgorato come quando era arrivato il punk. Ci ho rivisto quel tipo di freschezza alla: ”Do it yourself”.

Col punk, con 3 accordi e della strumentazione anche scarsa, riuscivi a salire sul palco e condividere ed esprimere con gli altri le tue emozioni. Con pochi mezzi le band nella scena elettronica si auto-producevano, dai dischi alle magliette. E’ lì che ho rivisto la scintilla: il fatto che tu, con un computer in camera tua, senza spendere in mega studi e produzioni, potessi fare un disco bomba. Comunque abbiamo avuto anche un sacco di problemi legali, non sempre le cose sono andate bene.

All’interno dei Not Moving come funzionavano le dinamiche?

Essendo in 5, gruppo misto, c’erano sempre un sacco di casini sentimentali. Cioè tutti erano stati con tutti. C’era quel problema lì che ogni tanto creava conflitti all’interno della band. Eravamo giovani, a volte c’erano scazzi, a volte ci siamo pure picchiati perché il rapporto era veramente sanguigno e credevamo fermamente in ciò che stavamo facendo. Infatti, potevamo anche aver litigato nel camerino un secondo prima di salire sul palco, ma poi sul palco andavamo tutti nella stessa direzione, una vera alchimia!

I tuoi figli cosa dicono di te? Non hai consigliato loro di fare i musicisti, hai detto: ”In questo paese vivere d’arte è un lusso se sei nato in una famiglia umile”.

Ho sempre cercato di evitare che facessero i musicisti anche loro. Con la mia figliola ci sono riuscito, con Elia no. Mi vedono un pò naif, cercano di darmi continuamente una mano con la tecnologia perché non ci capisco niente.

Mi aiutano su un sacco di cose, sono un tipo di altri tempi. Mia figlia non facendo la musicista, spesso mi chiede delle mie avventure musicali, lei è più curiosa, mentre Elia ha già avuto delle band per cui ha già cominciato a stare sul palco.

Quando mi sono rassegnato che facesse il musicista ho cominciato a dargli dei consigli spassionati, lui ha visto che gli sono serviti e così altre volte è venuto a chiedermi dei consigli. Allora sì, c’è stato un interscambio ma non volevo che fossero sottoposti a questi tormenti dell’anima nella vita…

Dome La Muerte ” I just wanna have something to do”

 

Le tue 3 mogli vanno d’accordo tra loro? Hai mantenuto dei buoni rapporti con le tue ex?

Secondo me si ignorano, non se lo pongono proprio il problema di andare d’accordo! All’inizio chiaramente c’erano delle scintille, ma poi col tempo si sono calmate le acque, anche perché ci sono dei figli da gestire insieme.

Non ho capito bene la storia su Charles Manson che secondo te era innocente ed il governo americano cercava un capro espiatorio per distruggere il movimento hippy.

Non sono un complottista, questa cosa che lui non era sulla scena del crimine è stata dimostrata, ma nonostante ciò, Manson è stato considerato il capo e condannato come mandante. Nell’immaginario collettivo era un serial killer, ma non aveva mai ammazzato nessuno.

Se compri un libro sui serial killers quasi sempre in copertina c’è la faccia di Charles Manson. Syd, il cantante dei CCM, già all’epoca mi diceva che tutta la storia su Manson era una cazzata.

Sei animalista e vegetariano?

Sì, mangio formaggi e uova, ma non mangio nessun tipo di bestia, pesce e mollusco… non sono un pescetariano! Avevo un’iguana di 20 anni, da Guinness dei primati, ora non c’è più, ma ho una gazza in adozione.

Dome La Muerte E.X.P. – Surfer Joe Summer Festival 2019

 

 

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Daniela Giombini
Daniela Giombini
Ha collaborato per anni con ROCKERILLA e ha prodotto la fanzine musicale Tribal Cabaret. Ha inoltre un passato da promoter musicale nella Subway Productions di cui è fondatrice e con la quale ha promosso le tournée di artisti di fama internazionale come Nirvana, Lemonheads, Hole,Mudhoney ecc.

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