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venerdì 30 Luglio 2021
TecnèAlla scoperta del cinema russo: 2 film di Kantemir Balagov

Alla scoperta del cinema russo: 2 film di Kantemir Balagov

Nuovo cinema russo: Kantemir Balagov spinge all’estremo il sostrato emotivo alternando carezze e aggressioni all’intimità dei personaggi.

Tesnota e La ragazza d’autunno: il cinema urticante di Kantemir Balagov

Kantemir Balagov, ovvero, dalla Russia con un certo dispiacere. Sì, dispiacere. Perché nei film realizzati finora il giovane cineasta, classe ’91, ha dimostrato non poco coraggio, al momento di sottolineare sofferti stati d’animo, devastanti crisi esistenziali, tragedie improvvise e comportamenti sociali connotati da profondo disorientamento e squallore.

Originario di Nal’čik, capitale della Repubblica Autonoma di Kabardino-Balkaria, un territorio della Federazione Russa la cui specificità fa da sfondo sia ai primissimi corti che a Tesnota, suo lungometraggio d’esordio, lasciando progressivamente emergere tensioni di vario genere.

Sin da giovanissimo Kantemir Balagov ha mostrato propensione per la settima arte, al punto di lasciare gli studi di economia e giurisprudenza per dedicarsi totalmente al cinema. E la sua formazione registica ha trovato subito un nume tutelare d’eccezione: Aleksander Sokurov, artista di straordinario spessore che nel 2010 inaugurò un corso di cinema proprio nell’università della capitale cabardina.

Pare che Balagov all’inizio non vi abbia potuto accedere. Ma Sokurov, dopo essere stato contattato personalmente e averne visionato alcuni lavori girati a soli 18 anni (tra cui una mini serie dedicata alla vita nella propria città, realizzata assieme ad altri amici cinefili), scelse di inserirlo a un livello avanzato di quello stesso corso, dove si è in seguito diplomato.

Kantemir Balagov
Kantemir Balagov

Una scelta davvero lungimirante da parte del Maestro, autore del resto di perle come Madre e figlio (1997), Arca russa (2002) e Faust (2011). Scelta poi corroborata dal fatto che il corto Pervyy ja (First I), primo lavoro del cineasta cabardino a varcare i confini russi, venendo selezionato nel 2014 da festival prestigiosi come Cannes e Locarno, sia stato realizzato proprio sotto l’egida dell’Alexander Sokurov’s Studio.

Insomma, il Maestro ci aveva visto lungo. E tale cortometraggio, visibile ora su Youtube coi sottotitoli in inglese, qualche contatto con la poetica di Sokurov lo rivela pure, a partire dall’impostazione formalmente curata e da determinate tensioni di matrice umanistica.

 

La ricerca di un personale punto di osservazione, anche a livello formale, sembrerebbe perciò un assillo costante di questo giovane cineasta, sin dagli esordi. E da qualche tempo a questa parte anche il pubblico italiano più attento ha avuto modo di accorgersene.

Più o meno un anno fa, faceva finalmente la sua apparizione nelle sale italiane Tesnota, celebratissimo esordio girato in realtà nel 2017. Ed opera meritoria ha fatto pure RaiPlay, mettendolo a disposizione per un breve periodo proprio durante la quarantena, ad aprile.

 

Nel frattempo, però, era stato distribuito – seppur in un numero limitato di copie, purtroppo – il suo secondo lungometraggio: datato 2019, La ragazza d’autunno ha rappresentato per il percorso del regista russo la riprova di una cifra autoriale robusta, urticante ed incredibilmente matura, per quanto rapportata nel caso specifico ad ambizioni produttive senz’altro maggiori.

 

Tanto resta comunque da inquadrare di questo precoce talento, che in certe interviste afferma di aver preso a modello sia Visconti che l’amatissimo Tarantino, sia Rossellini che il proprio mentore Sokurov.

Tesnota

Partiamo ovviamente da Tesnota: di sicuro uno degli esordi più potenti, cui abbiamo potuto assistere negli ultimi anni. Umbratile, malinconica, autunnale per vocazione, ma pronta ad accendersi di piccole ribellioni personali e dinieghi, la realtà che Kantemir Bagalov con toni aspri fotografa è per lo spettatore meta di un viaggio. E non sarà necessariamente un “viaggio di piacere”…

La Trama

Ambientato nella sua Nal’čik, il film ci trasporta quindi in quelle terre del Caucaso settentrionale, da sempre focolaio di dissidi etnici ed equilibri sociali cangianti, precari, mai del tutto definiti.

Come nella miglior tradizione del cinema russo, geometrie semplici e curate ci introducono all’ambiente prescelto: quelle rapide carrellate lungo la strada, proposte secondo una classica struttura “ad anello” nelle battute iniziali come anche all’avvicinarsi dell’epilogo, ci mostrano un contesto urbano alquanto spoglio, desolato, privo di un’identità precisa se si escludono ovviamente monumenti ed altri sbiaditi reperti riconducibili al socialismo reale.

Cinema russo post sovietico

Una cartolina post-sovietica che però apre ad altro. Di taglio solo apparentemente minimalista, l’ingresso della macchina da presa in un già frammentato microcosmo famigliare scava infatti ferite profonde, riportando in superficie tutti quei turbamenti e moti di ribellione che ruotano attorno alla protagonista: Ilana (interpretata da una Darya Zhovnar di intensità rara), inquieta ragazza pronta a scontrarsi già nel quotidiano con le pressioni di un ambiente soffocante, che vorrebbe condizionarne tanto le scelte affettive che quelle di ambito lavorativo.

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Del resto lei appartiene alla ridotta comunità ebraica, qui descritta quale enclave chiusa e bigotta, circondata peraltro da gruppi etnici non meno diffidenti e in contrasto tra loro. In più Ilana ama un giovane cabardo del posto, cosa che all’austera madre, figura castrante ed ossessiva all’ennesima potenza, non va proprio a genio.

La scarsa coesione famigliare e comunitaria è destinata a crollare del tutto, allorché il fratello di Ilana viene rapito assieme alla sua ragazza proprio dopo la festa di fidanzamento, facendo precipitare la protagonista e le persone a lei più vicine in un vortice di sottili ricatti psicologici, usuranti contrasti interpersonali e scelte per il futuro fortemente autodistruttive; vortice alimentato peraltro da una esosa richiesta di riscatto, di fronte alla quale la locale comunità ebraica rimane sorda, insensibile, senza che la famiglia possa rispondere con le sue sole forze.

Rapporti già incrinati da tempo sono così sul punto di andare in pezzi. Ed è un fuori campo quanto mai minaccioso ad amplificare il buio esistenziale in cui Ilana e i suoi famigliari annaspano.

La Russia kafkiana di Balagov

Trionfa ciò che non si vede, ma si sa essere potenzialmente tragico, letale, ossia quel fuori campo tenebroso e kafkiano da cui provengono pericoli concreti, come la notte del misterioso rapimento ha ampiamente dimostrato, ma pure echi di qualche orrore lontano: ne è simbolo eloquente quello schermo televisivo vuoto, nella casa del ragazzo cabardo e dei suoi fanatici amici, laddove poco prima erano andate in onda le terribili immagini di propaganda dei fondamentalisti islamici attivi in Cecenia e nelle regioni limitrofe.

Tesnota
Tesnota, Kantemir Balagov – 2019

Nonostante la scorza dura della protagonista, nonostante l’esito positivo del dialogo coi rapitori del fratello, l’universo affranto e crepuscolare affrescato dal giovane cineasta russo sembra lasciare poco spazio ad ipotesi di salvezza individuale.

Il tutto condito da un rigore formale che non risulta mai noioso o gratuito.

Così si è espresso a riguardo Francesco del Grosso, sulle pagine di CineClandestino:

Quella del giovane cineasta russo è una scrittura asciutta ed essenziale, che guarda con estrema attenzione sia alla credibilità e al realismo delle dinamiche che alle emozioni che le stesse dinamiche fanno scaturire. Nonostante le basse temperature che si percepiscono sullo schermo, al contrario, in Tesnota le tante emozioni che scaturiscono dai conflitti interni ed esterni alla famiglia protagonista non si cristallizzano.
E per fare in modo che si materializzino con tanta forza l’autore punta tutti sui personaggi e sui dialoghi, costruiti con grandissima cura.

La ragazza d’autunno

Prerogative, queste, che ritroviamo almeno in parte nel successivo La ragazza d’autunno, caratterizzato d’altro canto da ben diverse coordinate spazio-temporali.

Il nuovo viaggio è infatti un viaggio nel tempo, nella Leningrado (oggi San Pietroburgo) post-bellica piegata dai tanti mesi di assedio nazista, mesi in cui si erano palesati gli spettri dell’abbandono, della morte per fame, dei tristi episodi di cannibalismo già documentati in certi Gulag sovietici.

Non crediamo sia un caso che il periodo dell’assedio fosse stato già trattato dallo stesso Sokurov, nello straziante Reading Book of Blockade (2009).

La ragazza d'autunno, Kantemir Balagov (2019)
La ragazza d’autunno, Kantemir Balagov (2019)

Riguardo all’approccio di Balagov a un tema liminare, quello del ritorno alla vita dopo i tanti orrori, vogliamo fare nostra la disamina di un’altra collega, Maria Cera del sito Taxi Drivers:

Dopo il promettente esordio di Tesnota, La ragazza d’autunno è un ritratto estetico ed etico sulla devastazione psicologica della guerra per le donne che l’hanno vissuta.
Incentrato su due figure femminili atipiche, Iya e Masha (straordinariamente rese da Viktoria Miroshnichenko e Vasilisa Perelygina, entrambe al loro debutto in un lungometraggio), che cercano di affrontare la ricostruzione e dare un senso alle loro esistenze letteralmente abbattute.
Ognuna in modo diverso. Masha è la più devastata nel corpo e nella mente, privata della peculiarità naturale del femminile, svuotata di riferimenti. Una storia originale, scritta dallo stesso regista, che si è ispirato a La guerra non ha un volto di donna del Premio Nobel, Svetlana Alexievich.
Cosa può succedere ad una donna, alla fine di una guerra, nel momento in cui la sua mente ed il suo corpo hanno subito un cambiamento radicale, che ne mina per sempre la struttura?
Bagalov affida la risposta e la interpretazione del femminile tragico ad un affresco che incanta e spiazza per i contrasti che produce. Innanzitutto estetici.

La consacrazione

Dal canto nostro, non possiamo fare a meno di notare che La ragazza d’autunno ha rappresentato anche un balzo notevole, a livello produttivo, nella carriera del nostro Kantemir Balagov: tutte le difficoltà insite nella produzione di un film in costume si palesano in quella impegnativa ricostruzione d’ambiente, che prevedeva auto d’epoca, vecchie uniformi sovietiche, vestiario vintage ed un fluire continuo di comparse attraverso set che dovevano risultare altrettanto verosimili.

Prova ampiamente superata, da questo punto di vista. Ma la vera consacrazione autoriale, per il regista russo, ha consistito nel riempire tale cartolina di spettri compatibili con la durezza della guerra appena conclusasi.

Osando l’inimmaginabile, sul piano prettamente sentimentale, tant’è che le sue sofferte eroine sono costrette stavolta ad azioni che lambiscono, ad ognuno la possibilità di giudicare se con rispetto o meno, i limiti della tollerabilità dello sguardo.

Ma questo spingere all’estremo il sostrato emotivo dell’opera è anche la riprova di un cinema necessario, che sa essere urticante e proporre dubbi etici di notevole rilevanza, posizionando sempre la macchina da presa dove può meglio accarezzare o all’occorrenza aggredire l’intimità dei propri personaggi.

 

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Stefano Coccia
Giornalista dello spettacolo e critico cinematografico da più di vent'anni, un tempo nel Comitato dei collaboratori fissi della storica Cinemasessanta, attualmente collabora con Sul Palco, CineClandestino e Taxi Drivers ->

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