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sabato 4 Dicembre 2021
PolisSe non vedete il problema del 'candidato col rolex', siete il problema

Se non vedete il problema del ‘candidato col rolex’, siete il problema

La discussione intorno a Roman Pastore e il suo stile di vita, il ‘candidato col rolex’, anzi, Audemars Piguet come ha precisato lui stesso, è assolutamente politica e indica un conflitto vero di idee e di istanze sociali; derubricarla a odio sociale crea solo un flame sul web, pretestuoso, utile al linciaggio programmatico di chi prova a dire qualcosa contro i privilegi.

Se non vedete il problema del 'candidato col rolex', siete il problema

Se non vedete il problema del ‘candidato col rolex’…

Qualsiasi commento sull’orologio del candidato calendiano alle comunali, Roman Pastore, 21 anni, già studente della scuola di politica di Renzi, rischia di scivolare nel moralismo. E tuttavia qualche problema c’è.

“Devono prevalere le qualità politiche, la sua origine sociale non conta” dicono in tanti. In linea di principio è vero. Si possono del resto fare molti nomi di integerrimi politici di popolo provenienti dalle classi agiate.

Non si può tuttavia fare a meno di osservare che, in un contesto di crescenti diseguaglianze sociali, la parte più ricca del paese ha colonizzato la politica, anche con atteggiamenti discutibili, spesso sprezzanti verso le classi più disagiate o i lavoratori più umili (vedi casi Guidi, Cirinnà, Boldrini…).

Non esiste più un processo razionale di selezione della classe dirigente. Non ci sono scuole di partito. L’idea stessa di una “cultura politica” o di un “sapere politico” è stata bandita dal qualunquismo sposato dalla maggioranza delle attuali formazioni politiche.

Fra i partiti domina dunque una cooptazione che premia la fedeltà personale a un determinato leader insieme all’appartenenza di classe, la quale garantisce “presentabilità” così come affinità linguistica e ideologica con gli interessi del ceto sociale dominante.

In una fase in cui la politica deve prendere decisioni in materia di lavoro, previdenza sociale e sostegno dei più deboli, la presenza di giovinastri che sentono l’esigenza di andare in giro con un orgologio che vale quanto due anni di salario di un operaio e che hanno frequentato più via Condotti che le sezioni di partito è congeniale all’obiettivo di costruire un ceto politico che non si fa tanti scrupoli e che probabilmente non ha idea che con un piccolo provvedimento si possono mandare gambe all’aria intere famiglie e lavoratori.

 

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Paolo Desogus
Paolo Desogus è Maître de conférences presso la Sorbona di Parigi. Nel 2015 la sua tesi di dottorato in italianistica e semiotica ha ottenuto il Premio Pier Paolo Pasolini conferito dalla Cineteca di Bologna. Oltre a diversi articoli su riviste specialistiche, ha pubblicato La confusion des langues. Autour du style indirect libre dans l’œuvrede Pier Paolo Pasolini (Éditions Mimésis, 2018) e Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema (Quodlibet, 2018).

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