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martedì, Luglio 5, 2022

Makoko e gli slums: il ground zero esistenziale del neoliberismo

Makoko e gli slums: la descensio ad inferos di un’intera comunità che, oltre alla dittatura di Mobutu, è stata costretta a subire anche due devastanti piani di finanziamento del FMI.

Ground zero Makoko

Iniziamo da una nota personale: l’ultima lezione del corso di “Teoria e critica dell’architettura e della città postmoderna” (aka Estetica), era dedicato alla crisi del “diritto alla città” (punto interrogativo finale).

Come sempre, quando arrivo alla fine di un percorso, rilancio la domanda e metto ulteriormente alla prova l’ipotesi, che quest’anno ho riformulato passando attraverso Benjamin e Kracauer, Lefebvre e Harvey (assieme a tutta una serie di altri riferimenti più sullo sfondo, da Simmel ad Augé).

Lo faccio anche come gesto didattico: il discorso non si chiude qui, dobbiamo ripetere le domande, cambiare prospettiva, ripercorrere le strade già fatte per vedere se non abbiamo riconosciuto delle biforcazioni, se non abbiamo omesso delle possibilità che di prim’acchito non abbiamo riconosciuto.

Il rilancio è stato fatto mostrando un breve video su Makoko, l’incredibile quartiere galleggiante di Lagos, e leggendo e commentando alcune pagine del duro atto d’accusa formulato da Mike Davis in “Il pianeta degli slums” (Feltrinelli, 2006), pagine dedicate alla devastazione urbanistica, e cioè sociale ed economica, di Kinshasa.

Sono pagine che dovrebbero essere lette e meditate nelle aule di un liceo, prima ancora che in quelle di un’università, perché in esse Davis descrive la descensio ad inferos di un’intera comunità che, sottoposta a una dittatura cleptocratica – quella di Mobutu – è costretta a subire anche due piani di finanziamento del Fondo Monetario Internazionale, garantiti da Washington e con la supervisione di tecnici francesi, tra il 1977 e il 1987.

Viene imposto il modello di “sviluppo” neoliberale: Stato minino, deregolamentazione progressiva e massiccia, soprattutto dei capitali esteri, gli asset del paese (leggi: le miniere di diamanti) messi a garanzia del rientro dei prestiti. Le campagne entrarono in crisi e a Kinshasa crebbero a dismisura gli slums, accogliendo i contadini sradicati dalle loro terre.

La ricetta del FMI produsse un tale sfacelo nella società congolese da causare la rivolta popolare contro Mobutu del 1997, che lo costrinse all’esilio. Ne seguì la guerra civile, con massacri che sono descritti come paragonabili solo alla guerra dei Trent’anni.

Nella capitale solo il 5% della popolazione percepisce un reddito, tutti gli altri vivono “arrangiandosi”, avendo però nel frattempo introiettato quella che i kenois chiamano “la malattia dei bianchi” e che li porta ad assumere comportamenti fino a quel momento sconosciuti: il gioco d’azzardo, tutti i tipi di giochi a premi e lotterie, tutti gli “schemi Ponzi” possibili, confidando di poter uscire dal gioco prima che la piramide crolli, la scomparsa del gesto altruista, la fine dei comportamenti di dono e generosità reciproca che avevano costituito tradizionalmente una forma di economia di scambio tra i membri della comunità.

La diffusione delle sette neopentecostali a Kinshasa (all’inizio del XXI secolo se ne contavano 2700!) ha alimentato la speranza magica in un futuro senza miseria e senza privazioni, oltre ad aver prodotto a sua volta delle forme di discriminazione tipiche delle comunità puritane nelle colonie inglesi nell’America del XVII secolo: solo che, nel contesto devastato del centroafrica, le streghe sono… i bambini!

I soggetti più indifesi e deboli di una comunità sono anche bocche da sfamare di un’umanità sempre in eccesso. Perciò, con l’acuirsi della crisi, negli anni novanta, i bambini sono additati come le cause di tutte le sciagure: accusati di stregoneria, sono curati con esorcismi, fame, bagni nell’acqua bollente.

Alla fine di un’incredibile concatenazione di un processo di degrado economico, ambientale e sociale, nulla resta dei radiosi programmi neoliberali, se non le persecuzioni dei bambini in una società completamente esplosa, che vive in condizioni inimmaginabili e nella quale un adulto su cinque è sieropositivo, senza accesso a cure mediche.

Gli slums a Kinshasa, scrive Davis, sono un “Ground zero esistenziale”, al di là del quale ci sono solo “i campi di sterminio, la carestia e l’orrore kurtziano“.

Il miliardo di abitanti degli slums di tutto il mondo è in crescita. Kinshasa è l’altra faccia della globalizzazione, la distopia presente di un’architettura che non è vetro e acciaio, ma mattoni grezzi, paglia, plastica riciclata, palafitte impiantate in una laguna dove convergono le acque di scolo di una megalopoli, insediamenti provvisori nati su discariche, baraccopoli di lamiera, ripari effimeri di migranti in fuga.

 

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Raoul Kirchmayr
Raoul Kirchmayr
Insegna Storia e Filosofia nei Licei e dal 2002 è a contratto all’Università di Trieste, dove attualmente insegna Estetica presso il Corso di laurea in Architettura. Ha al suo attivo oltre un centinaio di pubblicazioni.

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