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lunedì, Agosto 15, 2022

La giravolta di Draghi: l’Italia che finge di contare nel mondo

È impressionante la giravolta di Draghi perché l’accordo con la Turchia non è frutto di un ragionamento geopolitico a difesa dell’interesse nazionale, ma è dovuto alla semplice condizione di sudditanza dell’Italia nella Nato.

La giravolta di Draghi

Mi ha fatto davvero molta impressione la giravolta di Draghi su Erdogan, e questo non certo per ragioni banalmente “morali”. Trovo anzi piuttosto fastidiosa la retorica che oppone le democrazie occidentali ai paesi “autocratici”, dunque – secondo il senso comune – “politicamente inferiori”.

C’è in questa postura molto razzismo, molta protervia fondata su un profondo analfabetismo politico. Se è necessario, è giusto che l’Italia stringa accordi con la Turchia esattamente come in passato li ha stretti con la Russia o con la Cina.

Checché ne pensino le anime belle, la democrazia trova modo di espandersi proprio attraverso la diplomazia. Le stesse torsioni autoritarie della Russia sono aumentate (e aumenteranno) proprio a causa delle chiusure occidentali e in particolare europee.

Sono rimasto impressionato dalla giravolta di Draghi perché l’accordo con la Turchia non è frutto di un ragionamento geopolitico inserito in una strategia posta a difesa dell’interesse nazionale. Ma è dovuto alla semplice condizione di sudditanza dell’Italia nella Nato.

La guerra in Europa mi pare abbia infatti mostrato qualcosa che era evidente a tanti, e cioè che l’Italia non è più in grado di esprimere alcuna politica. È un paese che non crede in nulla e che sposa le battaglie sociali in modo frivolo e ridicolo (si pensi all’ecologia).

Non sa più pensarsi come paese, come comunità vincolata da ragioni culturali, giuridiche ed economiche. Draghi è l’uomo che certifica questo fallimento del paese, è un effetto molto più che la causa.

Per carità, ripeto, niente di veramente nuovo. Non esiste altro paese occidentale in cui si ricorre al “governo tecnico” o in cui il ministero dell’economia è da anni appaltato a forze e interessi estranei al gioco democratico.

L’applicazione del termine “tecnico” alla politica è diventato il modo con cui si cerca di mascherare la disgregazione statuale del paese, oramai deprivato della sua costituzione e delle istituzioni sovrane, ovvero parlamento e senato.

Non so come se ne verrà fuori. L’Italia è troppo grande e complessa per poter rinunciare a un minimo di autonomia politica e diventare un paese totalmente satellite. Ma non è nemmeno sufficientemente forte per poter facilmente uscire dal pantano neoliberale.

Non ha del resto più risorse morali, culturali e intellettuali. È un paese finito e Draghi è il  curatore fallimentare.

Gli emendamenti alla riforma del fisco di Draghi lo confermano: è l’ennesima presa in giro

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Paolo Desogus
Paolo Desogus
Paolo Desogus è Maître de conférences presso la Sorbona di Parigi. Nel 2015 la sua tesi di dottorato in italianistica e semiotica ha ottenuto il Premio Pier Paolo Pasolini conferito dalla Cineteca di Bologna. Oltre a diversi articoli su riviste specialistiche, ha pubblicato La confusion des langues. Autour du style indirect libre dans l’œuvrede Pier Paolo Pasolini (Éditions Mimésis, 2018) e Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema (Quodlibet, 2018).

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