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giovedì, Luglio 7, 2022

Corsa al Quirinale, da Draghi a Berlusconi: le toto-presidenziali

Grandi manovre attorno alla nomina del prossimo Presidente della Repubblica. La corsa al Quirinale agita i sonni di tutte le forze politiche.

La corsa al Quirinale

Il prossimo Presidente della Repubblica verrà eletto da un parlamento delegittimato e debole. Il referendum sul taglio dei parlamentari e la salita a Palazzo Chigi di Mario Draghi hanno squalificato i partiti, incapaci di adempiere al loro mandato di rappresentanti della volontà popolare.

Prendete il PD e i 5 stelle, questi partiti hanno prima votato la riforma della giustizia di Bonafede e successivamente hanno approvato la riforma Cartabia: due leggi sostanzialmente opposte.

Anche la Lega non sfugge a queste schizofrenie con quota cento e reddito di cittadinanza. Non va poi meglio alle sinistre: Articolo 1 sostanzialmente non esiste. Questo partito non pensa, non dice, non fa. Di Sinistra italiana c’è poco da disquisire. Con il governo Draghi è riuscita a perdere pezzi e a non restare unita contro uno dei governi più liberisti della storia repubblicana.

La cosa più saggia da fare sarebbe stata andare al voto prima dell’inizio del semestre bianco e lasciare che fosse un nuovo parlamento, più vicino alle attuali sensibilità del paese, ad eleggere il Presidente della Repubblica. Ma di cose sagge nel triangolo Montecitorio-Palazzo Madama-Quirinale non se ne vedono da un pezzo.

Il risultato è che dopo le prossime politiche il Presidente della Repubblica sarà a sua volta politicamente debole, in quanto votato in un quadro parlamentare radicalmente diverso da quello che si prevede per il futuro.

Credo che siano queste le ragioni per cui c’è tanto movimento tra i partiti. Consultazioni, falsi annunci, pseudo scoop, autocandidature, tutto lascia pensare che il quadro sia molto incerto. I partiti vorrebbero risolvere tutto prima, nelle stanze buie dei palazzi, al riparo dall’opinione pubblica. Temono come la peste il confronto parlamentare, che invece è pubblico, lascia tracce.

I conti però non tornano. Non c’è una forza politica determinante. Gli interessi dei singoli partiti sono troppo divergenti. C’è poi chi come il PD è a sua volta diviso al suo interno.
Previsioni? A meno che Letta in un atto di prostrazione assoluta non riesca a convincere Mattarella a restare per almeno due anni, penso che Draghi possa sfangarla. Si tratterebbe in quel caso di una vittoria di Meloni e Lega che a dispetto delle rappresentazioni mediatiche sognano di mandare l’ex presidente della BCE sul colle più alto.

Con lui al Quirinale pensano infatti di poter godere della sua funzione di garante e dunque della sua autorevole copertura internazionale per poter andare al governo senza le rappresaglie dei mercati e dell’UE. Con qualsiasi altro presidente non sarebbe possibile.

Il PD non vuole Draghi. L’ex presidente della BCE rappresenta una spina nel fianco per Letta, come prima era stato per Zingaretti. Nonostante le lodi sperticate, il PD è stato penalizzato da Draghi, e questo non solo per la posizione nettamente di destra, ma anche per il semplice fatto che con lui a Palazzo Chigi ha perso diversi posti nei ministeri. Il PD non ha però un candidato forte.

Enrico Letta

I nomi di cui dispone sono Gentiloni (europeista, filo francese, politicamente una pi…ehm, non proprio brillante), Casini (scarsa rilevanza internazionale, cattolico e di poco carisma, politicamente debole), Catarbia (ciellina e dunque con lei addio sponda sui temi di genere, politicamente una pi…ehm, non proprio brillante, ma al cubo).

Gli altri nomi in circolazione sono Amato, che piace a Berlusconi benché sia legato al PD. Amato è autorevole, europeista, politicamente astuto (non ai livelli di astuzia criminale come Napolitano, però), intrallazzone ma vecchio.

Circola anche il nome della Bindi, ma la sua candidatura non esiste, è un’invenzione dei social network. Sui temi del lavoro come sul piano sociale resta comunque uno dei nomi più apprezzabili o comunque è quello che personalmente preferisco.

Si parla molto anche di Berlusconi. Onestamente non ci credo: è vecchio (e anche un po’ andato), i suoi riferimenti internazionali sono legati a un mondo che non c’è più, ma soprattutto la sua presenza al Quirinale è inutile ai vari poteri che si contendono lo scranno più alto.

Mi sbaglierò ma vedo la sua candidatura molto improbabile: Meloni e Salvini lo menzionano solo perché non possono apertamente schierarsi per Draghi, che – ripeto – è il nome a cui puntano, forse il più quotato tra quelli di cui si discute.

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Paolo Desogus
Paolo Desogus
Paolo Desogus è Maître de conférences presso la Sorbona di Parigi. Nel 2015 la sua tesi di dottorato in italianistica e semiotica ha ottenuto il Premio Pier Paolo Pasolini conferito dalla Cineteca di Bologna. Oltre a diversi articoli su riviste specialistiche, ha pubblicato La confusion des langues. Autour du style indirect libre dans l’œuvrede Pier Paolo Pasolini (Éditions Mimésis, 2018) e Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema (Quodlibet, 2018).

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