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giovedì 12 Maggio 2022
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Il conflitto in Ucraina è il ritorno della realtà

Il conflitto in Ucraina rappresenta un’altra occasione per tornare alla politica, dopo quella (che ormai abbiamo clamorosamente mancato) della pandemia. È un bagno di realtà.

Di Francesco Erspamer*

Il conflitto in Ucraina è un’occasione per tornare alla politica

La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, scrisse Carl von Clausewitz, che era un generale prussiano ma ciò nonostante un grande intellettuale e politico, come molti nella sua epoca.

Oggi non ce ne sono più: trent’anni di neoliberismo selvaggio hanno reso la politica quasi irrilevante: perché la politica funziona a livello della polis, anche di una polis allargata come la nazione, dunque di ambiti sociali concreti, territoriali e culturali, e invece si dissolve nel magma indistinto e in gran parte virtuale del mondo attuale, dove la gente passa la maggior parte del tempo, in particolare quando giovane, sana e attiva, a fingere che la realtà sia a sua immagine e somiglianza piuttosto che a confrontarsi con essa e che ad adattarsi a essa.

Per farla breve, la politica è un eccellente strumento di intervento sulla realtà e sulle collettività ma è del tutto inefficace nei confronti della virtualità e dei solipsismi di massa.

I quali però, solipsismi e virtualità, non sono una nuova realtà; sono una fuga e una temporanea rimozione della realtà fisica e sociale, che continua a esistere a operare, checché i sacerdoti delle nuove tecnologie e Elon Musk vogliano farvi credere.

Così quando le tensioni arrivano a un punto di rottura, non potendo essere affrontate politicamente, non resta che ricorrere alla guerra, direttamente, senza passare attraverso la politica. In questo senso la guerra non è più la prosecuzione della politica: è ormai l’unica possibile forma di politica. È un ritorno della politica e un ritorno alla politica.

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L’importanza di von Clausewitz sta nell’aver compreso e teorizzato che la guerra è possibile solo in presenza di comunità politiche. È tragico che, due secoli dopo, si sia arrivati al punto in cui le comunità soppresse dalla globalizzazione e dalla mediocrazia possano esprimersi solo attraverso la guerra.

Il conflitto in Ucraina rappresenta un’altra occasione per tornare alla politica, dopo quella (che ormai abbiamo clamorosamente mancato) della pandemia. È un bagno di realtà che giornali, televisioni e social stanno già cercando di anestetizzare e ridurre a uno spettacolo hollywoodiano.

Ammettiamo che la criminalizzazione di Putin abbia successo, che i buoni trionfino e la Russia venga umiliata e annientata, come sognano Biden e quasi tutti gli americani (che almeno hanno in mente i colossali profitti che farebbero le loro multinazionali una volta che potessero liberamente saccheggiarne le risorse) nonché Di Maio e tanti italiani, che non ci guadagneranno niente ma fare i servi gli piace proprio, come per secoli prima del Risorgimento.

Davvero volete un pianeta totalmente dominato da un’unica potenza economica e tecnologica? Un pianeta, sì, pacifico ma per mancanza di autonomie, di differenze, di politica, per assenza di polis, di Stati, di culture, omogeneizzato da Amazon e dalla Apple (non necessariamente da Washington) e governato esclusivamente, come da sempre auspicato dai profeti del capitalismo e dell’individualismo, dalla mano invisibile del Mercato?

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Da Controanalisi.

Francesco Erspamer* è professore di studi italiani e romanzi a Harvard; in precedenza ha insegnato alla II Università di Roma e alla New York University, e come visiting professor alla Arizona State University, alla University of Toronto, a UCLA, a Johns Hopkins e a McGill.

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