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martedì, Luglio 5, 2022

Confindustria e Draghi, gli ultimi a credere nella lotta di classe. Ma al contrario

L’abbraccio tra Confindustria e Draghi ha ricordato a tutti che è impossibile fare politica senza il supporto di una base attiva nella società, una classe di riferimento.

Confindustria e Draghi, il grande abbraccio

L’incontro di Draghi all’assemblea di Confidustria ha dato vita ad uno spettacolo preoccupante.

Non credo che ci sia mai stato un governo così filo confindustriale come quello guidato oggi da Draghi insieme alle comparse di PD, M5S e i fantasmi di ArticoloUno.

Non almeno da quando esiste la Repubblica: nemmeno Berlusconi era riuscito ad ottenere dall’associazione degli imprenditori un consenso così ampio e solido.

Credo che da questa esperienza si possa tuttavia trarre un insegnamento. Non si fa politica senza un referente sociale. Nemmeno il potentissimo Draghi può fare politica senza il supporto di una base attiva nella società.

Per fare politica occorre avere un radicamento in una classe, in un gruppo il più possibile omogeneo che possa dare consenso e forza politica.

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A sinistra, o meglio nei rottami di quella che è stata la sinistra, e nelle formazioni post politiche come il M5S è invece forte la convenzione che per fare politica basti prendere i voti, farsi eleggere per poi salire in parlamento e quindi governare.

Draghi dimostra che è tutto molto più complesso e che la politica non si risolve nei processi politici formali. La politica è fatta di rapporti di forza, di conflitti.

La capacità di affermare la propria visione del mondo è strettamente legata a questa forza che si costituisce facendo leva sul proprio referente sociale, sulla propria classe di riferimento.

Rispetto alla destra la sinistra non ha a disposizione un referente sociale già bello, pronto e organizzato come quello degli imprenditori. La sinistra per essere veramente sociale, anzi socialista, deve continuamente costruire la propria base politica attraverso un complesso lavoro di mediazione che mira a trasformare le istanze disgregate e individuali in programma generale e di classe.

PD e 5stelle si muovono però in tutt’altra direzione. Non costruiscono un bel niente.

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I 5 stelle hanno anzi per anni cavalcato le pulsioni irrazionali dell’antipolitica con danni enormi per la nostra democrazia. Non sono mai stati una forza di mediazione. Come il PD hanno poi fatto propria un’ambigua concezione interclassista della politica.

Una volta arrivati al governo insieme, con il governo Conte II, questi due partiti si sono ritrovati senza alcuna forza, senza alcuna capacità di incidere realmente sui processi sociali.

Nonostante detenessero la maggioranza, PD e 5stelle non sono riusciti a governare. Hanno anzi subito le iniziative della destra attraverso il fuoco amico di Renzi e un’indecente campagna di stampa ostile. Sappiamo come poi è andata a finire.

E tuttavia possiamo dire che se PD e 5stelle avessero avuto un referente politico organizzato, strutturato e pronto a mobilitarsi il governo Conte non sarebbe mai caduto, non almeno in quel modo.

Senza referente sociale, senza capacità di mediazione, senza presenza costante nel territorio non si fa politica e anzi si finisce per farsi egemonizzare e reggere la scala al potere avverso, quello oggi incarnato da Mario Draghi.

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Paolo Desogus
Paolo Desogus
Paolo Desogus è Maître de conférences presso la Sorbona di Parigi. Nel 2015 la sua tesi di dottorato in italianistica e semiotica ha ottenuto il Premio Pier Paolo Pasolini conferito dalla Cineteca di Bologna. Oltre a diversi articoli su riviste specialistiche, ha pubblicato La confusion des langues. Autour du style indirect libre dans l’œuvrede Pier Paolo Pasolini (Éditions Mimésis, 2018) e Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema (Quodlibet, 2018).

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