Aldo Bianzino: 13 anni fa l’assurda morte in carcere

Sono passati 13 anni dall’assurda morte in carcere di Aldo Bianzino. Una storia kafkiana che chiede ancora verità e giustizia.

L’assurda morte in carcere di Aldo Bianzino

Tredici anni fa, il 14 ottobre 2007 Aldo Bianzino, falegname 44enne e papà del piccolo Rudra, venne arrestato assieme alla compagna Roberta Radici, malata oncologica, per aver coltivato nell’orto di casa una decina di piantine di cannabis. 48 ore dopo uscirà dal carcere in una bara.

Bianzino era un falegname, ebanista, che viveva a Pietralunga, un piccolo borgo sulle colline umbre; con lui c’era la compagna Roberta Radici, l’anziana madre di lei e il figlio Rudra.

Aldo era un pacifista, esile, amante delle filosofie orientali e della natura. Aveva un orto dove praticava l’autoproduzione e all’interno di quell’orto coltivava anche una decina di piante di marijuana, esclusivamente per uso personale e terapeutico (Roberta aveva un tumore) dal momento che sia lui che la sua compagna erano incensurati e assolutamente estranei a qualsiasi giro di spaccio.

Aldo Bianzino 13 anni fa l'assurda morte in carcere

L’arresto

Quella sera del 14 ottobre 2007, 4 poliziotti e un finanziere si presentarono all’abitazione della famiglia, con lo scopo di eseguire una perquisizione domiciliare che in tutta evidenza era stata ordinata da un giudice.

Nel corso della perquisizione gli agenti rinvennero una decina di piantine di marijuana e nonostante Aldo insistesse nel sostenere che si trattava solamente di erba per uso personale e terapeutico (ribadiamo che la compagna Roberta aveva un tumore che la ucciderà appena un anno dopo), procedettero all’arresto di entrambi i coniugi, lasciando a casa il figlio Rudra con la madre di Roberta 91enne.

Passarono due giorni, la mattina di domenica 14 Roberta Radici venne invitata a seguire una guardia carceraria in ufficio, dove le si presentò il vice-ispettore capo della polizia che con toni decisi le formulò strane domande:

Signora, suo marito soffre di svenimenti? Ha problemi di cuore?

Roberta chiese il perché, ma l’ispettore insistette spazientito: Mi risponda!

No, mai, mi dica perché… rispose lei.

Lo stanno portando all’ospedale Silvestrini, possiamo ancora salvarlo, risponda!  

Roberta confermò che il compagno era sempre stato in perfette condizioni e così venne scortata nuovamente in cella.

Dopo tre ore venne richiamata nella stessa stanza, con le stesse persone ma in più c’era un altro uomo in borghese: Lei è scarcerata, firmi, le dicono. Quando posso vedere Aldo? Fu la domanda immediata di Roberta.  La risposta lapidaria: Martedì, dopo l’autopsia.

La morte di Aldo le venne riferita così. In questo clima kafkiano per la famiglia iniziò un terribile travaglio.

Successivamente si scoprirà che durante il primo colloquio in realtà Bianzino era già in obitorio e non in ospedale. Ma è solo una delle anomalie di una vicenda che è un vero buco nero.

Le perizie

Gioia Toniolo, ex moglie di Aldo, intervenne al fianco di Roberta per conoscere la verità: nominò avvocati e un medico legale di sua fiducia. Roberta Radici  non ce la fece a proseguire la battaglia: morì un anno dopo, nel 2008, per il cancro.

Secondo la ricostruzione degli agenti, Bianzino sarebbe stato ritrovato esanime nella sua cella e poi condotto all’infermeria per praticare una rianimazione, fallita. L’autopsia rilevò ematomi cerebrali, lesioni al fegato e alla milza che vennro collegati a evenienze traumatiche legate al tentativo di rianimazione. La morte sarebbe stata causata da un aneurisma cerebrale.

Secondo i periti nominati dalla famiglia di Aldo, invece, il corpo presentava ematomi, costole rotte e danni a fegato e milza. Un quadro incompatibile con un semplice malore, ipotizzando invece un quadro lesivo derivante da un pestaggio messo in atto con tecniche militari utilizzate per danneggiare gli organi vitali senza lasciare tracce.

Viene inoltre acclarato che la foto inserita nella perizia in cui fu mostrata la zona d’origine dell’aneurisma non fosse riconducibile a Bianzino.

Nonostante ciò l’inchiesta venne archiviata due volte. In difesa della parte civile subentrò l’avvocato  Fabio Anselmo, noto per aver assistito le famiglie di altre vittime dello Stato tra cui Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi.

Passano otto prima di arrivare a una sentenza definitiva. Nel 2015 Gianluca Cantoro viene condannato a un anno di reclusione per il reato di omissione di soccorso. Una sentenza che conferma la morte per cause naturali.

Restano domande importani

Gli altri punti oscuri della vicenda sono così riassumibili:

  • Perché un magistrato avrebbe ordinato la perquisizione di due incensurati fuori da ogni giro di criminalità e spaccio?
  • In base a cosa due coniugi incensurati, con un figlio minorenne, lei malata oncologia, sono stati immediatamente incarcerati?
  • Perché mai Bianzino, un uomo esile, pacifico, non violento, collaborativo d’indole a detta di tutti, sarebbe stato pestato a morte ?
  • Come mai l’indagine sulla morte di Bianzino fu affidata allo stesso magistrato che aveva ordinato la perquisizione, lasciando che ignorasse le perizie medico legali e confermasse la morte per cause naturali  contro ogni evidenza?

Oggi sono rimasti Rudra Bianzino e suo fratello Elia a chiedere verità per il padre.

Aldo Bianzino 13 anni fa l'assurda morte in carcere (2)

 

 

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