Frida Kahlo non c’entrava nulla, ce lo racconta Elena Bibolotti

Le parole d’ordine nei salotti buoni e una Frida Khalo da discount per medio-riflessivi: il nuovo racconto di Elena Bibolotti.

Elena Bibolotti: Frida Kahlo

Per mia madre sì che Camilla era una a posto. Da prendere d’esempio. Mia madre me la fece conoscere che avevo undici anni e avevo tutta l’aria di una ragazza vissuta. L’anno dopo avrei cominciato a fumare. Giocavo con le bambole, ma allo stesso tempo mi mettevo nelle mutande gli assorbenti di mia sorella nella speranza che mi venissero le mestruazioni, così da farmi sverginare.

Complessivamente ero di pessimo umore. Avevo le tette che stavano per esplodere sul petto e un sentore di pelo pubico che mi faceva orrore.

Camilla studiava dalle suore. Non che questo fosse un marchio di limpidezza morale, per carità. Anzi avevo saputo di alcune ragazze coinvolte in un giro di filmini porno e tratta delle bianche. Allora andava così. Non c’era il web.

Invece Camilla non faceva parte del gruppo delle ragazze difficili.

E mentre io e le mie amiche ci consumavamo le scarpe col tacco a rincorrere quarantenni rampanti sposatissimi e ci tagliavamo le braccia, Camilla studiava, si laureava, faceva carriera, si sposava, partoriva due figli. Si rendeva, insomma, insopportabile.

Stavolta dovevo incontrarla, sempre su ordine di mia madre, perché avrebbe potuto promuovere una mia Mostra fotografica sulla violenza di genere. Una ventina di scatti che un amico critico fotografico aveva scelto, tra l’altro insistendo perché debuttassi a via Nazionale.

Ovviamente Camilla ci tenne a invitami da lei. Una volta lì volle regalarmi il suo primo romanzo.

Ma dai, una storia sul femminicidio.

Ovviamente risultai fin troppo entusiasta. Se da una parte era più che lecito, anzi, auspicabile, che una donna affrontasse la violenza di genere, dall’altra m’infastidiva che Camilla fosse entrata a gamba tesa nel mio ambito, nella sfera creativa che per tanti anni aveva dichiarato di non voler contemplare tra i suoi interessi.

Mi aveva accolta in una specie di giardino d’inverno, un’esplosione di Ficus e Kenzie protette da pannelli e lastroni di vetro. Sedute nel salottino primi novecento sui toni del bianco, tra preziosi tavolinetti che ospitavano libri e riviste messi ad arte, Camilla mi propose una Joint Venture. Lei avrebbe pagato tutto. Perfino l’Ufficio Stampa. Anche il catalogo. A patto ci fossero stralci del suo romanzo a corredo delle mie foto.

L’Ufficio Stampa di Camilla riservò a lei le apparizioni più importanti. Le reti più importanti, radio, giornali. A me lasciò le radio di partito, per lo più i Blog.

La mostra fu un successo con il suo nome scritto ovunque e la gente che pensava fosse lei la reporter. Io non perdonai mia madre.

Elena Bibolotti

La mostra di Frida Kahlo

Rividi Camilla due anni dopo, nel 2014. Io ero nello staff che curava la mostra di Frida Kahlo. Camilla era tra le maestranze che la inauguravano.

Quando mi vide, mi costrinse a essere dei loro.

Opera dopo opera Camilla espose una quantità di luoghi comuni e banalità sul lavoro della Kahlo che perfino un neofita avrebbe evitato. Le parole femminismo e parità di genere fluttuavano sulle sue labbra nemmeno fosse nata stringendo la bandiera rossa.

L’Assessora sbadigliava, io cercavo di porre domande che riportassero Camilla a parlare di arte, non del rapporto ancillare di Frida con Diego Rivera.

Al terzo piano, noi del gruppo ci eravamo attardati per le scale a commentare l’allestimento e cosa andava rivisto, trovammo Camilla in estasi davanti a una grande tela.

Una mano sulla fronte, l’altra sul petto, Camilla rimirava lo splendido Ritratto di Natasha Gelman a firma di Rivera.

Quindi, si voltò verso noi e i giornalisti ed esclamò:

Ecco, cari amici forse due piani di opere piene di sofferenza e oscurità e dolore sono la preparazione all’esplosione di profumi e di colori di questo meraviglioso quadro di Frida Kahlo.

Nonostante i colpi di tosse e le occhiatacce, Camilla proseguì a esaltare la bellezza della tela di Rivera attribuendola a Frida. Il compimento del lavoro di una grande artista era ovviamente del suo uomo.

Oggi Camilla continua a pubblicare romanzi di successo.

 

 

 

 

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Elena Bibolotti

About Elena Bibolotti

Si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È autrice di "Justine 2.0" (2013, Ink Edizioni), "Pioggia dorata" (2015, Giazira Scritture), "Conversazioni sentimentali in metropolitana" (2017, Castelvecchi), "Io e il Minotauro" ( 2020, Giazira Scritture) ->
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