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mercoledì 18 Maggio 2022
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Erich Fromm e L’Umanesimo Socialista

Recuperare L’umanesimo socialista di Erich Fromm sarebbe salutare e liberatorio rispetto alle molteplici ipocrisie che attanagliano l’odierno discorso pubblico.

Di Gian Marco Martignoni*

L’Umanesimo Socialista

La prima edizione di L’Umanesimo Socialista – a cura di Erich Fromm – è del 1971 a opera di Dedalo Libri. Fu ripubblicato nel 1975 nella Biblioteca Universale Rizzoli, annoverando più ristampe.

Sono trascorsi dunque cinquant’anni dalla prima edizione e l’umanesimo socialista è scomparso dall’orizzonte planetario per tante cause e ragioni ma tornare a quel dibattito plurale è più che salutare e liberatorio rispetto alle molteplici ipocrisie che attanagliano l’odierno discorso pubblico.

Innanzi tutto sono 34 gli autori chiamati da Fromm a misurarsi con le contraddizioni generate dall’opulento sistema capitalistico e il palese fallimento a est dello stalinismo e degli anni successivi.

Erich Fromm e L’Umanesimo Socialista

Il libro è suddiviso in 5 sezioni: la prima parte e la seconda si concentrano attorno alla definizione del concetto di umanesimo e di che cos’è l’uomo; la terza e la quarta discutono le nozioni di libertà e di alienazione; la quinta parte, più di carattere sociologico, affronta il tema della pratica, ovvero come realizzare una prospettiva di emancipazione delle classi subalterne.

Umberto Cerroni, Danilo Dolci e Galvano Della Volpe sono gli italiani chiamati a dibattere con pensatori del calibro di Herbert Marcuse, Karel Kosik, Ernest Bloch, Gaio Petrovic, Adam Schaff, Lucien Goldmann, Raya Dunayevskaya, Bronislaw Baczko, Bertrand Russell, Maximilien Rubel, Wolfgang Abendroth, Leopold Senghor solo per fare qualche nome.

Due universi, quello dell’Ovest e quello dell’Est, messi pubblicamente a confronto, quando ancora la lotta ideologica significava “esporre il nostro sistema di valori e le nostre idee” (Adam Schaff ).

La ricchezza analitica proposta dal complesso degli interventi è impressionante: al cuore di ogni riflessione vi è la concezione dell’uomo di Marx, ovvero di quel pensatore che Umberto Cerroni ha definito “l’Aristotele della modernità”.

Il peso della visione del mondo avanzata dalla “scuola di Francoforte” è tutt’altro che marginale e può essere sostanzialmente compendiato da una affermazione dell’introduzione di Erich Fromm che brilla per lo sguardo anticipatorio: Marx “non prevedeva che il capitalismo si sarebbe sviluppato tanto che la classe operaia avrebbe raggiunto la prosperità materiale e condiviso lo spirito capitalista, mentre tutta la società si sarebbe alienata al limite estremo. Non si rese mai conto di quell’alienazione del benessere che può essere altrettanto disumanizzante che l’alienazione della povertà”.

Il processo di integrazione delle classi subalterne si è sviluppato su due piani: da un lato il modo di produzione capitalistico comporta la dinamica della coercizione del lavoro salariato e alienato (così Leopold Senghor); dall’alto lato mediante la produzione di una pletora di bisogni umani artificiali – in netta antitesi con i bisogni umani autentici – si determina una crescente omologazione sul piano dei consumi, svilendo la dimensione dell’essere in favore di quella dell’avere.

Una riflessione quest’ultima che verrà ben messa a fuoco da Fromm successivamente e da Agnes Heller nel fondamentale libro “La teoria dei bisogni in Marx“. Pertanto la reificazione determinata dai rapporti di produzione capitalistici ha come conseguenza lacerante la totale disumanizzazione dell’uomo, influenzando enormemente il carattere sociale della personalità.

Come combattere e superare l’alienazione, anche nelle società socialiste, recuperando la dimensione emancipatoria intravista da Marx nell’obiettivo della riduzione della giornata lavorativa e nello sviluppo di una personalità policulturale (Predrag Vranicki) è il filo rosso del libro.

Erich Fromm

Il tempo libero e le molteplici attività di svago creative possono contribuire al ridisegno della universalità dell’uomo (T. B. Bottomore). In quell’epoca il modello dell’autogestione iugoslavo, nelle sue contraddizioni e potenzialità, era ancora visto e valutato come antitesi agli errori e alle degenerazioni della pianificazione staliniana.

Nell’individuazione di una prassi coerente per l’insieme del movimento operaio è lo storico Wolfgang Abendroth a rilanciare il concetto di pianificazione in una società senza classi, fondato sulla soddisfazione dei bisogni primari (istruzione, casa, sanità) e alternativo a quella pianificazione made in USA incentrata sul primato “mortale” della produzione bellica. Pianificazione tesa a unire il modello dell’autogestione con quello dell’autogoverno della comunità, perché – per riprendere le parole del filosofo Karel Kosik – “l’uomo non è un mero soggetto che percepisce ma è un’essenza che realizza la verità”.

Karel Kosik

Gian Marco Martignoni per Libri da recuperare su La Bottega del barbieri

 

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