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sabato 22 Gennaio 2022
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Il liberismo distruttivo tra irrazionalismo a destra e individualismo a sinistra

Il trionfo globale del liberismo, sordo alle distruzioni ambientali e sociali, appiattito sul presente e sull’ingordigia delle elites disinteressate alle conseguenze di medio e lungo termine delle loro azioni.

Di Francesco Erspamer*

Il liberismo distruttivo nel fiume dell’illusione

È sulle pagine di Giorgio Colli, grandissimo filosofo italiano ignorato dai tanti che gli preferirono e continuano a preferirgli cialtroni da talk show, che ho capito l’importanza di parlare al proprio presente con durezza.

L’alternativa (un tono prudente e conciliante o addirittura desideroso di approvazione) porta a visioni consolatorie e intrattenenti, come fanno da sempre gli americani e ormai, sulle loro orme, gli intellettuali e i giornalisti europei.

Le rilevazioni confermano che lo scorso luglio è stato il mese più caldo di sempre, a continuare una tendenza iniziata alcuni decenni fa, in perfetta sincronia con il trionfo globale del liberismo e dei suoi dogmi, privatizzazioni e deregolamentazione, come a dire, tutto il potere ai più avidi e stronzi (i “vincenti”), appiattiti sul presente e sui loro egoismi e dunque disinteressati alle conseguenze di medio e lungo termine delle loro azioni.

Ma la gente non ascolta: come i ratti della favola dei fratelli Grimm, segue incantata i pifferai magici dei social e della televisione lasciandosi annegare nel fiume dell’illusione.

Anche il negazionismo del Covid e in generale l’irrazionalismo della destra e l’individualismo della nuova sinistra liberal hanno questo scopo primario, al di là dell’ingenuità di alcuni militanti: squalificare la scienza come già sono state squalificate la cultura, la politica e la religione, ossia tutte le strutture che svolgevano una funzione disciplinante mettendo in discussione e limitando la libertà di esprimersi e realizzarsi privatamente.

Le mascherine e i vaccini sono poco più di un pretesto: ciò che importa ai forzati del piacere immediato e alle multinazionali che lo spacciano, è impedire che la coscienza dell’imminente catastrofe ambientale ponga fine alla belle époque dell’irresponsabilità, restituisca potere allo Stato sottraendolo ai miliardari e alle celebrity, riduca drasticamente sprechi e lussi, restauri comportamenti morali che subordino al bene comune i diritti dei singoli, attraverso vincoli, censure e controlli.

La favola preferita degli industriali: il lavoro c'è ma preferite i sussidi

So bene che il partito dei consumisti compulsivi (pensavo che anche in Italia ci fosse la crisi: mai viste sulle strade tante Mercedes, BMW, SUV, macchinoni) e degli adoratori della libertà personale è vasto, arrogante e pronto a tutto pur di conservare i propri privilegi, a cominciare da quello, patetico ma distruttivo, di sentirsi indispensabili e speciali, il sale della terra; so bene che l’egemonia ce l’hanno loro, materiale e ideologica, e che solo quando sarà troppo tardi, e forse neppure allora, lo sconsiderato saccheggio delle risorse sociali e naturali verrà fermato, per non dire della bellezza del mondo (ormai ai più interessa soltanto l’avvenenza fisica).

Né ho alcuna fiducia nella possibilità di un ravvedimento dei liberisti e dei liberal: che dopo di loro venga il diluvio gli va benissimo visto che il “dopo”, come del resto il prima (la disprezzata Storia) non li riguarda. Solo la strenua resistenza di coloro che ancora pongono le proprie comunità e tradizioni al di sopra di sé stessi potrebbe salvare il pianeta, la civiltà, l’Italia. Ma non potremo concederci scrupoli o esitazioni perché gli edonisti non ne hanno.

Quando il lavoro rende poveri

Francesco Erspamer* è professore di studi italiani e romanzi a Harvard; in precedenza ha insegnato alla II Università di Roma e alla New York University, e come visiting professor alla Arizona State University, alla University of Toronto, a UCLA, a Johns Hopkins e a McGill.

 

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