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domenica, Agosto 14, 2022

L’assassinio di Alika: la paura non è razzismo ma manca lo spirito collettivo

L’empatia e i proclami sul coraggio nei fatti di Civitanova Marche, con il brutale assassinio di Alika Ogorchukwu, non costano nulla perché virtuali ed esercitati davanti allo schermo, individualmente. Il vero vuoto è quello dello spirito collettivo.

Di Francesco Erspamer*

L’assassinio di Alika: manca lo spirito collettivo

A quanto leggo sul “Fatto” (che riprende un articolo della “Repubblica”) ad assistere al brutale assassinio di Civitanova Marche non c’era una folla di italiani razzisti e dunque indifferenti (al mito degli italiani brava gente usato per cancellare la memoria del colonialismo fascista in Africa si è sostituito il mito degli italiani cattiva gente allo scopo di facilitare la privatizzazione e americanizzazione del paese) come immediatamente suggerito sugli asocial e in tv dai terzomondisti, bensì quattro persone delle quali due anziani e una ragazza.

La quarta persona ha provato a intervenire ma non è riuscita a fermare l’aggressore; magari per paura ma proprio non capisco in che misura la paura sarebbe indifferenza.

Se ci fossi stato io, che non ho mai praticato le arti marziali e anche da piccolo non facevo a botte, non avrei potuto far altro che chiamare la polizia, a meno che non fossi stato disposto a farmi a mia volta massacrare; cosa che immagino avrei rischiato se a essere picchiato fosse stato un mio parente o amico stretto; ma uno sconosciuto no, quel tipo di dedizione ce la si deve meritare attraverso pratiche quotidiane di condivisione e solidarietà reale.

Troppo facile proclamare astrattamente che qualunque essere umano abbia diritto al nostro amore e al nostro sacrificio (immagino che sia il prossimo passo della sinistra politicamente corretta: il diritto sacro e universale a essere amati, e chi non ama è un razzista): tipica empatia che non costa nulla perché virtuale ed esercitata infatti davanti allo schermo, individualmente, per cui piace anche alla destra.

L’amore vero, che appunto spinge alla dedizione e al sacrificio, ha bisogno di una morale (da tempo abolita dalla suddetta sinistra in combutta con la destra antistatalista), di un senso di appartenenza e tradizioni (non ne parliamo, sono nazionalismo o, peggio, “cultura”), di valori condivisi (fascismo!); se si vuole ricostruire uno spirito collettivo occorre ricostruire delle comunità e viverle.

Ma ha un prezzo che pochi vogliono pagare in quanto significa ridurre la mobilità (di merci, capitali, persone) e di conseguenza l’edonismo come scopo della vita (in sostituzione delle ben più faticose ed esigenti virtù) e il consumismo compulsivo e privato di prodotti e di esperienze (al posto dell’impegno per il bene comune e delle generazioni future).

Francesco Erspamer è professore di studi italiani e romanzi a Harvard; in precedenza ha insegnato alla II Università di Roma e alla New York University, e come visiting professor alla Arizona State University, alla University of Toronto, a UCLA, a Johns Hopkins e a McGill.

 

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